domenica , Gennaio 17 2021

FRANCESCO BELLANTI FRA HITLER E L’UOMO NUOVO

Francesco Bellanti, scrittore siciliano con all’attivo una cospicua produzione letteraria, presenta la sua ultima pubblicazione “Dialogo con il Führer. GIORNI D’ESTATE A BERCHTESGADEN” (Fuoco Edizioni), un romanzo storico realizzato attraverso un singolare impianto narrativo, all’interno del quale sono inseriti l’esame e l’approfondimento di documenti storici citati dall’autore. Egli, ex docente di materie letterarie, si dedica a tempo pieno alla scrittura e le sue pubblicazioni riscuotono sempre consensi sia di pubblico che da parte della critica. I suoi interessi sono prevalentemente orientati verso una letteratura visionaria e fantastica, molto attenta, però, alla storia e alla cultura popolare. Scrive su riviste locali e regionali di cultura e collabora con la rivista parigina per gli italiani in Francia La Voce.  

1)L’analisi di Max Weber sulla trilogia del potere (tradizionale, legale-razionale e carismatico) nell’esercizio dell’attività all’interno dei gruppi sociali rappresenta uno fra i più elevati contributi del sociologo, storico e filosofo tedesco, nonchè economista di chiara fama. Adolf Hitler, personaggio-chiave della sua opera, incarna alla perfezione l’ideal tipo carismatico di  weberiana  memoria, se solo riflettiamo sul particolare che il popolo tedesco, nel tentativo di emularlo, ne imitava persino la gestualità. Come può riuscire un uomo ad ottenere consensi di tale portata?

La “grandezza” storica di Hitler consiste anche nel fatto che egli aveva compreso le aspettative del suo tempo, che – in una società, da quella guglielmina a quella della Repubblica di Weimer, che non era mai stata realmente democratica – si focalizzava soprattutto nell’attesa dell’uomo forte. Era un’attesa di tipo profetico-messianica che aveva profonde origini culturali nell’Ottocento, espressione di un potere di tipo carismatico che Max Weber aveva preconizzato con straordinaria lucidità. Un demagogo di grande oratoria come Hitler aveva capito tutto questo, e cioè che la Repubblica di Weimar era finita prima ancora di cominciare. Sentimenti antidemocratici e antiparlamentari era molto diffusi e direi prevalenti all’epoca. E soprattutto nel popolo tedesco, che, come afferma uno dei più grandi biografi di Hitler, Joachim Fest, scoprì veramente la politica e il pubblico solo dopo la Seconda guerra mondiale, non aveva fiducia nei partiti che, da Bismarck in poi, avevano tradito l’unità e gli ideali patriottici per uno sviluppo industriale e tecnologico che il popolo sentiva come corpo estraneo. Il tempo era pronto per l’affermazione di un tipo di potere, come quello delineato dal grande studioso tedesco. Le forze avversarie al Nazionalsocialismo, tutte insieme, erano più forti del Nazionalsocialismo, ma si scagliarono l’una contro l’altra e si eliminarono a vicenda. Non compresero che il nazionalsocialismo era il nemico di tutti, del parlamento, delle istituzioni, dei comunisti, dei socialdemocratici, degli ebrei, dei repubblicani, della borghesia, dei conservatori. Tutte insieme potevano distruggere il Nazionalsocialismo ma questo non accadde.  

2)Una domanda doverosa, che solo apparentemente potrebbe risultare scontata. Cosa ha suscitato il suo interesse nel voler realizzare un romanzo storico che vede protagonista uno dei personaggi più enigmatici e violenti della storia dell’umanità?

È un libro che mi portavo dentro praticamente da sempre, da quando ero studente liceale. L’ho scritto quattro anni fa, perché solo allora ne ho avuto il tempo e soprattutto le capacità intellettuali ed artistiche. Io non sono uno storico di professione, sono un professore liceale di italiano, latino e storia e uno scrittore, e pertanto ho scritto un romanzo storico e non un libro di storia nel senso tecnico della parola. Un volume, tuttavia, fondato su decine e decine di studi storici su Hitler, su riviste e giornali dell’epoca, e su quasi tutte le interpretazioni che hanno dato sul fenomeno Hitler e sul Terzo Reich i più accreditati e grandi biografi e storici del cancelliere tedesco. Hitler è una figura titanica, gigantesca della storia universale, fondamentale per capire la storia moderna, del Novecento ma anche di oggi, e tanti fenomeni politici e di costume. L’impulso iniziale è stato questo, unito all’idea – che ha sempre percorso la mia mente – che non tuttà la verità è stata detta su uno dei periodi storici più importanti e controversi della storia dell’umanità.  

3)Molto interessante la struttura dell’opera, sotto forma di dialogo tra uno psichiatra italiano e il Führer. Un modo per dargli voce senza filtri?

Il “fenomeno” Hitler è stato visto da una prospettiva letteraria, attraverso la sua drammatizzazione, con dialoghi, come dicevo, ma anche monologhi, soliloqui, cori, riflessioni storiche e filosofiche, letterarie. Ad ogni modo, un’opera narrativa, non un saggio storico. Un romanzo storico, una drammatizzazione su Hitler e sul Nazionalsocialismo basata su una ricerca storica profonda, che non ha lasciato nulla al caso. La forma dialogica, soprattutto in un romanzo in cui protagonisti sono uno psichiatra e un politico che con la parola ha costruito le sue fortune, mi è parsa lo strumento adeguato per entrare nella mente di Adolf Hitler e per fare emergere la sua umanità. Insieme con i soliloqui, i monologhi, i cori, le riflessioni storiche e filosofiche, letterarie, il dialogo era l’unica possibilità per entrare nel pensiero etico di Hitler, perché – come sostiene Timothy Snyder in Terre di sangue – la tentazione di affermare che un assassino nazista si colloca oltre i limiti della comprensione è concreta, e negare a un individuo il suo carattere umano equivale a rendere impossibile l’etica. Cadere in questa tentazione, trovare inumane altre persone, significa compiere un passo verso la posizione nazista, non allontanarsi da essa; giudicarle indecifrabili significa abdicare alla ricerca di comprensione e quindi abbandonare la storia. Liquidare i nazisti come persone al di là dell’umanità o della comprensione storica equivale cadere nella loro trappola morale. La via più sicura è rendersi conto di come le loro motivazioni allo sterminio, per quanto ributtanti ai nostri occhi, per loro avessero senso.

4)Diverse figure femminili entrarono in relazione con Hitler e quasi tutte tentarono il suicidio, in alcuni casi riuscendo a porre fine alla loro esistenza, come la giovane nipote Geli. Stessa sorte per Eva Braun, seppur con dinamiche diverse, come la storia ha raccontato. Anche Eva era segnatamente affascinata dal potere più che dall’uomo?

Eva Braun amava sinceramente Hitler. Era una persona semplice, una piccolo-borghese che non avrebbe mai conosciuto né i campi di concentramento né la guerra, se non negli ultimi mesi. Viveva – soprattutto dal 1936 in poi – in un mondo, il Berghof, tutto sommato noioso anche se tranquillo; passeggiate nei boschi, tè nel pomeriggio, il film dopo cena, scambi di doni, tutti davanti al camino a sentire i monologhi dell’amato Adolf. Una bella, pacifica, vita piccolo borghese. Eppure, si annoiava, anche se si dedicava allo sci, al nuoto, alla fotografia, ai filmini privati. Ordinava scarpe a Firenze e borsette a Parigi, accessori costosi da toilette, addestrava cani per vantarsene con il suo amato. Le mogli dei gerarchi nazisti la disprezzavano. Faceva tanti viaggi all’estero, era di casa in Italia, anche perché al Berghof e alla Cancelleria non poteva partecipare a tutto ciò che si teneva di ufficiale, pranzi, cene, ricevimenti di gala, prime teatrali, inaugurazioni. La sua era una vita vuota e senza senso. Una vita senza amore. Quello che il Führer non poteva darle, perché lui non era capace di amare. Hitler provava verso di lei sincero affetto ma non poteva amarla, egli non aveva amato nessuno, se non sua madre Klara Pölzl e, a suo modo, la Germania. Non era una delle donne del partito. Le donne del partito e dello Stato erano altre: Magda Goebbels, la moglie di Göring, Emmy, e la regista del regime, Leni Riefensthal, belle e famose in tutto il mondo. O la fascista inglese Unity Valkyrie Mitford… Lui,  Hitler, lo ha ammesso, solo una donna avrebbe sposato, dopo il 1930 naturalmente, quando rimase vedova: Winifred Wagner. Ma lei rappresentava suo suocero, e rappresentava soprattutto la Germania, che lui aveva già inconsciamente sposato.  

5)Joseph Goebbels era fortemente dipendente da Hitler sotto un profilo psicologico, tanto da considerarlo un vero genio. Egli sposò Madga, dopo aver ottenuto il consenso del cancelliere, che precedentemente ne era stato innamorato. Come vissero il singolare triangolo familiare che si instaurò per lunghi anni, sino alla fine?  

Joseph Goebbels fu l’uomo più intelligente e fedele, quello che ha sacrificato la sua vita e quella di sua moglie e dei suoi sei figli per Hitler. L’uomo che ha creduto di più nel suo progetto, che è entrato nei suoi sogni, che non credeva in un mondo senza il Führer. I suoi diari sono pieni di entusiasmo sincero per lui. Pieno d’ardore, si convinse subito che Hitler era lo strumento di un destino divino. Hitler per Goebbels era il nuovo messia, il redentore dell’umanità. Con Speer era l’unico laureato del gruppo al vertice del partito. Era una dipendenza psicologica profonda, totale: egli considerava Adolf Hitler quasi un inviato di Dio, un genio capace di elaborare grandi strategie politiche di ampio respiro. Per questo egli consegnò la sua vita ad Adolf Hitler che, innamorato di Magda, mise da parte le sue pretese e consentì il suo matrimonio con lui, ottenendo in cambio di far parte praticamente della sua famiglia. Hitler trascorreva quasi tutto il suo tempo con Magda e Joseph Goebbels, anche durante le vacanze.  Era il genio della propaganda, fu lui a creare il mito del Führer. Giornali, radio, cinema, sapeva usare tutto in modo magistrale. Fu testimone al suo matrimonio nel 1931, Magda diventò la primadonna del Terzo Reich. Lui, l’uomo delle attricette, lo fece apparire come una figura luminosa, sotto una luce abbagliante, non di questo mondo. Goebbels aveva un fascino magnetico sulle donne. Hitler lo fece riappacificare tante volte con sua moglie Magda, la vera regina del Terzo Reich. Tutto questo emerge chiaramente dai diari di Goebbels, così come si evidenzia anche il fatto che in questo rapporto a tre, lui, il dittatore, poté avere anche il ruolo di amante di Magda. Tutto questo spiega il successo e la vita di Joseph Goebbels, e in fondo spiega anche la sua morte.

 6)Era il 30 gennaio 1933 quando Adolf Hitler venne nominato Cancelliere del terzo Reich e solo il 2 agosto dell’anno successivo egli aveva assunto tutte le cariche istituzionali in modo pressoché legale, senza incontrare grandi ostacoli, ottenendo dal popolo tedesco oltre 17.000.000 di voti. In quale misura può aver influito il contesto storico in cui è vissuto Hitler, certamente di grande fermento, disordine e malcontento sociale, tale da determinare la sua ascesa al potere?

Il contesto storico è stato fondamentale per fare accettare alla popolazione tedesca il Nazionalsocialismo ma non è stato decisivo per la conquista del potere da parte di Hitler. Il contesto storico erano il ritorno alla natura, la nostalgia della natura, il mito della natura pura e incontaminata, la concezione di una vita inserita in una dimensione di favola pastorale. Queste idee erano anche – come tutto il Nazionalsocialismo, del resto – un carattere romantico, dunque occidentale, come occidentali e soprattutto tedeschi erano l’antisemitismo, il disprezzo per le istituzioni democratiche e il parlamento, il rancore verso l’aristocrazia e la borghesia, l’aspettativa di un uomo forte. Non era occidentale, forse, la parabola dell’uomo venuto dal nulla, che sparisce nel nulla, lasciandosi dietro un mondo in macerie. Il contesto storico erano il militarismo, le tendenze espansionistiche verso Est, l’anticomunismo, l’antisemitismo, la pulizia etnica nei territori orientali selvaggi popolati da quelli che i nazisti chiamavano mongoli, l’abbattimento della Repubblica di Weimer, non solo della Germania. Lui portò a un punto di rottura queste aspirazioni, le fece uscire dai recinti, le introdusse in nuovi apocalittici confini. Hitler è un figlio dell’Occidente anche per il distacco dalla realtà di tutta la speculazione filosofica tedesca, per la natura reazionaria dell’aristocrazia tedesca che ha impedito alla borghesia di prendere coscienza del proprio ruolo e della propria funzione storica. La debolezza delle istituzioni politiche, i complessi di accerchiamento politico, l’angoscia, la paura, la carestia, la disoccupazione, l’inflazione, l’umiliazione di Versailles, che espulse i tedeschi dal novero dei popoli civili, la miseria, la rivoluzione russa che aveva un odore di carogna, il desiderio di tornare alla grandezza del 1870-71, di riappropriarsi del ruolo di grande potenza, il caricare fatti semplici politici di contenuti e aspettative messianiche, mitologiche, tutto questo ha contribuito a creare Hitler, ma non è stato decisivo. Sono stati decisivi, alla fine, nel punto più basso delle sue fortune politiche, in quel mese di gennaio del 1933, gli intrighi, le invidie, i rancori, le ambizioni, le meschinità, la bassezza morale degli uomini – Von Papen, von Schleicher, Oscar Hindenburg e altri – che erano al potere in quel momento in Germania, uniti al degrado raggiunto dalle istituzioni democratiche nella Repubblica di Weimar.  

7)A distanza di 75 anni dalla fine del nazionalsocialismo, quale può essere oggi la sua lettura storica?

Quando si scrive un libro su Hitler, e di libri su Hitler ne sono stati scritti migliaia, si corre sempre qualche rischio. Ma i rischi bisogna sempre correrli per fare conoscere le proprie idee. Come ho già detto, innanzitutto, questa è un’opera letteraria e dunque va giudicata per i suoi meriti letterari, se li ha. Sul piano storico, il libro ha un solo obiettivo: capire il Nazionalsocialismo e Hitler, e questo significa capire la storia dell’Occidente, operazione indispensabile per non commettere gli stessi errori. Significa anche fare emergere responsabilità di altri, se ce ne sono state e questo induce a storicizzare il fenomeno Hitler, non ad assolverlo. È un’operazione non facile, perché Hitler ha impresso una accelerazione devastante al corso della storia, egli è apparso come un politico mai visto prima, un uomo così estremo, così rovinoso, così radicale, così folle nella sua volontà di distruzione, così apocalittico, come mai si era visto nella storia universale. Uno che parlava di spostamenti di popolazioni, fondazione di Stati, nuovo ordine del mondo, conquista di spazi sterminati. Deportazioni, stermini di massa. Ho utilizzato una vastissima bibliografia con un unico scopo: restituire Hitler e il Nazionalsocialismo – come detto sopra – alla storia dell’Occidente. E questo è un elemento valoriale positivo di eccezionale valore pe potere comprendere, e contrastare dunque, il male commesso in passato.  

8)Nei suoi libri affronta temi che, pur partendo da situazioni e tematiche siciliane, godono di un certo respiro universale ed utilizza moduli narrativi che potremmo definire visionari. Anche in questo libro, Carlo Bendani, l’interlocutore di Hitler, è siciliano, ma la sua sicilianità appare sfumata. Una visione cosmopolita della cultura?

Per formazione culturale, ma forse anche per la professione che ho esercitato per più di quarant’anni, quella di docente di italiano, latino e storia con forti legami con le letteratura e con la storia europee, ho sempre proiettato la mia sicilianità, intesa come cultura, in una dimensione internazionale. Ho sempre considerato i valori identitari della sicilianità, di questa terra straordinaria con un patrimonio artistico e culturale immenso, valori di alto spessore etico e culturale, un portato di cultura e di civiltà da spendere in positivo per definire e migliorare il destino del mondo. In realtà, i miei interessi sono prevalentemente volti verso una letteratura visionaria e fantastica, molto attenta però alla storia e alla cultura popolare. Credo che ogni scrittore debba avere una chiave di lettura per decifrare il mondo e la mia è quella di proiettare in una dimensione onirica e fantastica sentimenti, pulsioni profonde, aspirazioni, desideri, sogni, non per semplice evasione e gratificazione personale, ma come strumento essenziale di decodificazione e di comprensione della realtà.  

9)Il filo conduttore che accomuna le sue opere è la ricerca dell’uomo nuovo. Vorrebbe spiegarmi questa sua idea, visto che se ne parla anche nel suo libro su Hitler?  

Non scrivendo letteratura di facile consumo, come thriller, gialli, noir, polizieschi, senza voler dare a questi generi un’accezione negativa, quasi per caso sin dal primo romanzo, e anche per letture e interessi, mi ha quasi ossessionato questa idea dell’uomo nuovo, ovvero il desiderio di un rinnovamento universale dell’umanità e questo ha dato alla mia scrittura un tono apocalittico, escatologico e palingenetico che ha quasi naturalmente determinato una rivisitazione dei grandi autori della classicità italiana, latina e straniera, e di conseguenza una prosa poetica, lirica.  L’uomo nuovo, in realtà, in un tempo di caos e di disvalori, al di là di retoriche e fraintendimenti politici e filosofici, è la tensione ideale, la ricerca costante dei valori che conducono al progresso dell’umanità. Questi valori sono facilmente identificabili nei miei libri, e sono il rispetto dell’ambiente e il ritorno alla natura, il terrore per una tecnologia che sempre più sta sfuggendo al controllo dell’uomo, la lotta contro la povertà e le disuguaglianze, la tolleranza e il rispetto delle diversità, l’educazione alla pace e alla giustizia sociale. 

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Chi è Daniela Cecchini

Daniela Cecchini è nata a Roma, dove ha compiuto gli studi universitari e da oltre trent'anni esercita un'impegnativa attività intellettuale ed artistica, con trascorsi anche in ambito cinematografico. Giornalista iscritta presso l'Albo Nazionale dei Giornalisti, redattrice per il quotidiano "Il Corriere del Sud" ed altre testate, è corrispondente dall'Italia per la rivista francese "La Voce". Scrittrice, critico letterario ed operatrice culturale nell'ambito di iniziative umanitarie e di beneficenza. Accademica onoraria presso note istituzioni di respiro internazionale, ha ricevuto ambiti riconoscimenti per il contributo alla promozione culturale, alla divulgazione della poesia e per l'impegno profuso nell'ambito giornalistico e sociale. Nel 2016 ha pubblicato la silloge poetica "Sinestesie dell'io" (La caravella Edizioni); altre sue opere letterarie sono presenti in noti cataloghi d'arte ed antologie.

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