lunedì , Maggio 25 2020

FRANCESCO BELLANTI FRA HITLER E L’UOMO NUOVO

Lo scrittore Francesco Bellanti, già docente di Italiano e Latino presso il liceo scientifico di Palma di Montechiaro (Agrigento), lo scorso ottobre ha pubblicato il suo nono libro dal titolo “Dialogo con il Führer – Giorni d’estate a Berchtesgaden” (2019, Fuoco Edizioni). Un’opera imponente alla quale ha dedicato ben tre anni, fra studi ed accurate ricerche storiche, che hanno richiesto metodici approfondimenti. Eppure, l’autore stesso afferma di non aver realizzato un saggio, bensì un romanzo storico inerente vicende realmente accadute e tragicamente note a tutti; una pagina della storia dell’umanità che ha impresso una traccia indelebile non solo nel contesto storico di riferimento, ma anche nei processi sociali e politici successivi.

1) L’analisi di Max Weber sulla trilogia del potere (tradizionale, legale-razionale e carismatico) nell’esercizio dell’attività all’interno dei gruppi sociali rappresenta uno dei più elevati contributi del sociologo, storico e filosofo tedesco, nonché economista di chiara fama. Adolf Hitler, personaggio-chiave della sua opera, incarna alla perfezione l’idealtipo carismatico di weberiana memoria, se riflettiamo solo sul particolare che il popolo tedesco, nel tentativo di emularlo, ne imitava persino i gesti. Come può riuscire un uomo ad ottenere consensi di tale portata?
La “grandezza” storica di Hitler consiste anche nel fatto che egli aveva compreso le aspettative del suo tempo, che – in una società, partendo da quella guglielmina a quella della Repubblica di Weimer, non era mai stata realmente democratica – si focalizzava soprattutto nell’attesa dell’uomo forte. Era un’attesa di tipo profetico-messianica che aveva profonde origini culturali nell’Ottocento, espressione di un potere di tipo carismatico che Max Weber aveva preconizzato con straordinaria lucidità. Un demagogo di grande oratoria come Hitler aveva capito tutto questo, ovvero che la Repubblica di Weimar era finita, prima ancora di cominciare. Sentimenti antidemocratici e antiparlamentari erano molto diffusi e direi prevalenti all’epoca e soprattutto nel popolo tedesco, che, come afferma uno dei più grandi biografi di Hitler, Joachim Fest, scoprì veramente la politica solo dopo la Seconda guerra mondiale, sottolineando che l’opinione pubblica non aveva fiducia nei partiti che, da Bismarck in poi, avevano tradito l’unità e gli ideali patriottici per uno sviluppo industriale e tecnologico, vissuto dal popolo come corpo estraneo. Il tempo era pronto per l’affermazione di un tipo di potere come quello delineato dal grande studioso tedesco. Le forze avversarie al nazionalsocialismo, tutte insieme, erano più forti del nazionalsocialismo, ma si scagliarono l’una contro l’altra, eliminandosi a vicenda. Non compresero che il nazionalsocialismo era il nemico di tutti, del parlamento, delle istituzioni, dei comunisti, dei socialdemocratici, degli ebrei, dei repubblicani, della borghesia, dei conservatori. Tutte insieme avrebbero potuto distruggerlo, ma questo non accadde.

2) Una domanda doverosa, che solo apparentemente potrebbe risultare scontata. Cosa ha suscitato il suo interesse nel voler realizzare un romanzo storico che vede protagonista uno dei personaggi più enigmatici e violenti della storia dell’umanità?
È un libro che mi portavo dentro praticamente da sempre, da quando ero studente liceale. L’ho scritto quattro anni fa poiché solo allora ne ho avuto il tempo e soprattutto le capacità intellettuali ed artistiche. Io non sono uno storico di professione, sono un professore liceale di italiano, latino e storia e uno scrittore; pertanto, ho scritto un romanzo storico e non un libro di storia, nel senso tecnico della parola. Un romanzo, tuttavia, fondato su decine e decine di studi storici su Hitler, su riviste e giornali dell’epoca e su quasi tutte le interpretazioni che hanno fornito sul fenomeno Hitler e sul Terzo Reich i più accreditati e grandi biografi e storici del cancelliere tedesco. Hitler è una figura titanica, gigantesca della storia universale, fondamentale per capire la storia moderna, del Novecento ma anche quella contemporanea e i tanti fenomeni politici e di costume. L’impulso iniziale è stato questo, unito all’idea – che ha sempre percorso la mia mente – secondo la quale non tutta la verità è stata detta su uno dei periodi storici più importanti e controversi della storia dell’umanità.


3) Molto interessante la struttura dell’opera, sotto forma di dialogo, segnatamente tra uno psichiatra italiano e il Führer. Un modo per dar loro voce senza filtri di sorta?
Il “fenomeno” Hitler è stato visto da una prospettiva letteraria, attraverso la sua drammatizzazione, con dialoghi, come dicevo, ma anche monologhi, soliloqui, cori, riflessioni storiche, filosofiche e letterarie. Un impianto letterario, ad ogni modo, che segue un itinerario narrativo, non un saggio storico. Un romanzo storico, una drammatizzazione su Hitler e sul nazionalsocialismo basata su una ricerca storica profonda, che non ha lasciato nulla al caso. La forma dialogica, soprattutto in un romanzo in cui protagonisti sono uno psichiatra e un politico che con la parola ha costruito le sue fortune, mi è parsa lo strumento adeguato per entrare nella mente di Adolf Hitler e per fare emergere la sua umanità. Insieme a tutti i sopracitati elementi, il dialogo costituiva l’unica possibilità per entrare nel pensiero etico di Hitler, perché – come sostiene Timothy Snyder in “Terre di sangue” – la tentazione di affermare che un assassino nazista possa collocarsi oltre i limiti della comprensione è concreta e negare a un individuo il suo carattere umano equivale a rendere impossibile l’etica. Cadere in questa tentazione, trovare inumane altre persone, significa compiere un passo verso la posizione nazista, non allontanarsi da essa; giudicarle indecifrabili significa abdicare alla ricerca di comprensione e quindi abbandonare la storia. Liquidare i nazisti come persone al di là dell’umanità o della comprensione storica equivale cadere nella loro trappola morale. La via più sicura è rendersi conto di come le loro motivazioni allo sterminio, per quanto ributtanti ai nostri occhi, per loro avessero senso.

4) Diverse figure femminili entrarono in relazione con Hitler e quasi tutte tentarono il suicidio, in alcuni casi riuscendo a porre fine alle loro esistenze, come la giovane nipote Geli. Stessa sorte per Eva Braun, seppur con dinamiche diverse, come la storia ha raccontato. Anche Eva era fortemente affascinata dal potere più che dall’uomo?
Eva Braun amava sinceramente Hitler. Era una persona semplice, una piccolo-borghese che non avrebbe mai conosciuto né i campi di concentramento né la guerra, se non negli ultimi mesi. Viveva – soprattutto dal 1936 in poi – in un mondo, il Berghof, tutto sommato noioso, anche se tranquillo: passeggiate nei boschi, tè nel pomeriggio, il film dopo cena, scambi di doni, tutti davanti al camino a sentire i monologhi dell’amato Adolf. Una bella, pacifica vita piccolo borghese. Eppure, si annoiava, anche se si dedicava allo sci, al nuoto, alla fotografia, alle videoriprese private. Ordinava scarpe a Firenze e borsette a Parigi, accessori costosi da toilette, addestrava cani per vantarsene con il suo amato. Le mogli dei gerarchi nazisti la disprezzavano. Faceva tanti viaggi all’estero, era di casa in Italia, anche perché al Berghof e alla Cancelleria non poteva partecipare a tutto ciò che si teneva in forma ufficiale, come pranzi, cene, ricevimenti di gala, prime teatrali, inaugurazioni. In fondo, la sua era una vita vuota e senza senso; una vita senza amore. Quello che il Führer non poteva darle, perché lui non era capace di amare. Hitler provava verso di lei sincero affetto, ma non poteva amarla, egli non aveva mai amato nessuno, tranne sua madre Klara Pölzl e, a suo modo, la Germania. Non era una delle donne del partito. Le donne del partito e dello Stato erano altre: Magda Goebbels, la moglie di Göring, Emmy, e la regista del regime, Leni Riefensthal, belle e famose in tutto il mondo. O la fascista inglese Unity Valkyrie Mitford… Lui, Hitler, lo ha ammesso, solo una donna avrebbe sposato, dopo il 1930 naturalmente, quando rimase vedova: Winifred Wagner. Ma lei rappresentava suo suocero, e rappresentava soprattutto la Germania, che lui aveva già inconsciamente sposato.

5) Joseph Goebbels era così dipendente psicologicamente da Hitler, tanto da considerarlo un vero genio. Egli sposò Madga solo dopo aver ottenuto il consenso del cancelliere, che precedentemente ne era stato innamorato. Come vissero il singolare triangolo familiare che si instaurò per tanti anni, sino alla fine?
Joseph Goebbels fu l’uomo più intelligente e fedele del regime, quello che ha sacrificato la sua vita e quella di sua moglie e dei suoi sei figli per Hitler. L’uomo che ha creduto di più nel suo progetto, che è entrato nei suoi sogni, che non credeva in un mondo senza il Führer. I suoi diari sono pieni di entusiasmo sincero per lui. Pieno d’ardore, si convinse subito che Hitler era lo strumento di un destino divino. Hitler per Goebbels era il nuovo messia, il redentore dell’umanità. Con Speer era l’unico laureato del gruppo al vertice del partito. Si trattava di una dipendenza psicologica profonda, totale; egli considerava Adolf Hitler quasi un inviato di Dio, un genio capace di elaborare grandi strategie politiche di ampio respiro. Per questo egli consegnò la sua vita ad Adolf Hitler che, innamorato di Magda, mise da parte le sue pretese e consentì il suo matrimonio con lui, ottenendo in cambio di far parte praticamente della sua famiglia. Hitler trascorreva quasi tutto il suo tempo con Magda e Joseph Goebbels, anche durante le vacanze. Era il genio della propaganda, fu lui a creare il mito del Führer. Giornali, radio, cinema, sapeva usare tutto in modo magistrale. Fu testimone al suo matrimonio nel 1931, Magda diventò la primadonna del Terzo Reich. Lui, l’uomo delle attricette, lo fece apparire come una figura luminosa, sotto una luce abbagliante, non di questo mondo. Goebbels aveva un fascino magnetico sulle donne. Hitler lo fece riappacificare tante volte con sua moglie Magda, la vera regina del Terzo Reich. Tutto questo emerge chiaramente dai diari di Goebbels, dai quali si evince il fatto che in questo rapporto a tre, lui, il dittatore, ricoprì anche il ruolo di amante di Magda. Tutto questo spiega il successo e la vita di Joseph Goebbels e sostanzialmente spiega anche la sua morte.

6) Era il 30 gennaio 1933 quando Adolf Hitler venne nominato Cancelliere del terzo Reich e solo il 2 agosto dell’anno successivo egli aveva assunto tutte le cariche istituzionali in modo pressoché legale, senza incontrare grandi ostacoli, ottenendo oltre 17.000.000 di voti. In quale misura può aver influito il contesto storico, certamente di grande fermento socio-politico, in cui è vissuto Hitler per determinare la sua rapida ascesa al potere?
Il contesto storico è stato fondamentale per fare accettare alla popolazione tedesca il nazionalsocialismo, ma non è stato decisivo per la conquista del potere da parte di Hitler. Il contesto di riferimento erano il ritorno alla natura, la nostalgia e il mito della natura pura e incontaminata, la concezione di una vita inserita in una dimensione di favola pastorale. Queste idee rappresentavano anche – come tutto il nazionalsocialismo, del resto – un carattere romantico, dunque occidentale, come occidentali e soprattutto tedeschi erano l’antisemitismo, il disprezzo per le istituzioni democratiche e il parlamento, il rancore verso l’aristocrazia e la borghesia, l’aspettativa di un uomo forte. Non era occidentale, forse, la parabola dell’uomo venuto dal nulla che sparisce nel nulla lasciandosi dietro un mondo ridotto in macerie. Il contesto contingente erano il militarismo, le tendenze espansionistiche verso est, la pulizia etnica nei territori orientali selvaggi, popolati da quelli che i nazisti chiamavano mongoli, l’abbattimento della Repubblica di Weimer, non solo della Germania, oltre come dicevo, l’anticomunismo e l’antisemitismo. Lui portò ad un punto di rottura queste aspirazioni, le fece uscire dai recinti, le introdusse in nuovi apocalittici confini. Hitler è un figlio dell’Occidente, anche per il distacco dalla realtà di tutta la speculazione filosofica tedesca, per la natura reazionaria dell’aristocrazia tedesca che ha impedito alla borghesia di prendere coscienza del proprio ruolo e della propria funzione storica. La debolezza delle istituzioni politiche, i complessi di accerchiamento politico, l’angoscia, la paura, la carestia, la disoccupazione, l’inflazione, l’umiliazione di Versailles, che espulse i tedeschi dal novero dei popoli civili, la miseria, la rivoluzione russa che aveva un odore di carogna, il desiderio di tornare alla grandezza del 1870-71, di riappropriarsi del ruolo di grande potenza, il caricare fatti semplici politici di contenuti e aspettative messianiche, mitologiche, tutto questo ha contribuito a creare Hitler, ma non è stato decisivo. Sono stati decisivi, alla fine, nel punto più basso delle sue fortune politiche, in quel mese di gennaio del 1933, gli intrighi, le invidie, i rancori, le ambizioni, le meschinità, la bassezza morale degli uomini – Von Papen, von Schleicher, Oscar Hindenburg e altri – che erano al potere in quel momento in Germania, uniti al degrado raggiunto dalle istituzioni democratiche nella Repubblica di Weimar.

7) A distanza di 75 anni dalla fine del nazionalsocialismo è possibile offrire una lettura storica in grado di trasmettere ex post elementi valoriali così forti da contrastare le atrocità del passato?
Certamente sì, anche se, quando si scrive un libro su Hitler, e di libri su Hitler ne sono stati scritti migliaia, si corre sempre qualche rischio. Ma i rischi bisogna comunque correrli per fare conoscere le proprie idee. Come ho già detto, innanzitutto, questa è un’opera letteraria e dunque va giudicata per i suoi meriti letterari, se ne ha. Sul piano storico, il libro ha un solo obiettivo: capire il nazionalsocialismo e Hitler, e questo significa capire la storia dell’Occidente, operazione indispensabile per non ripetere gli errori già commessi. Significa anche fare emergere responsabilità di altri, se ce ne sono state e questo induce a storicizzare il fenomeno Hitler, non ad assolverlo. È un’operazione non facile, perché Hitler ha impresso una accelerazione devastante al corso della storia, egli è apparso come un politico mai visto prima, un uomo così estremo, così rovinoso, così radicale, così folle nella sua volontà di distruzione, come mai si era visto nella storia universale. Uno che parlava di spostamenti di popolazioni, fondazione di Stati, nuovo ordine del mondo, conquista di spazi sterminati, deportazioni, stermini di massa. Ho utilizzato una bibliografia sterminata con un unico scopo: restituire Hitler e il nazionalsocialismo – come detto sopra – alla storia dell’Occidente. E questo è un elemento valoriale positivo di eccezionale valore pe potere comprendere e contrastare, dunque, il male commesso in passato.

8)Lei nei suoi volumi affronta temi che, pur partendo da situazioni e tematiche siciliane, rivelano un respiro universale, unito a moduli narrativi che possiamo definire visionari. Anche in questo libro, Carlo Bendani, l’interlocutore di Hitler, è siciliano, ma la sua sicilianità appare sfumata. È corretta la mia chiave di lettura?
Per formazione culturale, ma forse anche per la professione di insegnante di discipline umanistiche, come già accennato, con forti legami con le letteratura e con la storia europee, ho sempre proiettato la mia sicilianità, intesa come cultura, in una dimensione internazionale. Ho sempre considerato i valori identitari della sicilianità, di questa terra straordinaria con un patrimonio artistico e culturale immenso, attributi di alto spessore etico e culturale, un patrimonio di cultura e di civiltà da spendere in positivo per definire e migliorare il destino del mondo. Sì, i miei interessi sono volti prevalentemente verso una letteratura visionaria e fantastica, molto attenta però alla storia e alla cultura popolare. Credo che ogni scrittore debba avere una chiave di volta per decifrare il mondo e la mia è proprio questa, ossia proiettare in una dimensione onirica e fantastica sentimenti, pulsioni profonde, aspirazioni, desideri, sogni, non per semplice evasione e gratificazione personale, ma come strumento essenziale di decodificazione e di comprensione della realtà.

9)Il filo conduttore che accomuna le sue opere è la ricerca dell’uomo nuovo. In che cosa consiste quest’idea, visto che se ne parla anche nella presente opera su Hitler?
Non scrivendo letteratura di largo consumo, thriller, gialli, noir, polizieschi, senza voler dare a questo termine un’accezione negativa, quasi per caso sin dal primo romanzo, come anche per letture e interessi personali, oserei dire che mi ha in un certo qual modo ossessionato l’idea dell’uomo nuovo e cioè il desiderio di un rinnovamento universale dell’umanità; ciò ha dato alla mia scrittura un tono apocalittico, escatologico e palingenetico che ha quasi naturalmente determinato una rivisitazione dei grandi autori della classicità italiana, latina e straniera e di conseguenza una prosa poetica, lirica. L’uomo nuovo, in realtà, in un’epoca di caos e di disvalori, al di là di retoriche e fraintendimenti politici e filosofici, è la tensione ideale, la ricerca costante dei valori che conducono al progresso dell’umanità. Questi valori sono facilmente identificabili nei miei libri e sono specificatamente il rispetto dell’ambiente e il ritorno alla natura, il terrore per una tecnologia che sempre più sta sfuggendo al controllo dell’uomo, la lotta contro la povertà e le diseguaglianze, la tolleranza e il rispetto delle diversità, l’educazione alla pace e alla giustizia sociale.

di Daniela Cecchini

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Chi è davidenapoletano

Davide Napoletano, classe 1987, organizzatore per il mondo degli eventi di piazza, locali, privati e di beneficenza, ama in modo particolare la scrittura e dopo aver collaborato con giornalisti famosi a livello nazionale decide di dar vita al quotidiano online StreetNews.it e seguire anche la strada della notizia come reporter/giornalista. I suoi hobby sono la grafica pubblicitaria, fotografia e il marketing pubblicitario.

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