Un ragazzo di mare, una vela che resta all’orizzonte e una città che lo ricorda: la poesia di Francesco Belluomini continua a navigare con noi.
Ho conosciuto Francesco Belluomini poeta viareggino alcuni anni fa e, con il tempo, grazie ai nostri scambi epistolari, è nata un’amicizia solida, di quelle che restano anche oltre la vita. Dietro un carattere inizialmente introverso si rivelava un uomo sensibile, dall’animo nobile e generoso, profondamente legato al mare che ha alimentato la sua immaginazione e la sua scrittura.

In giovane età scelse di vivere e lavorare in mare, imbarcandosi sulle navi per quasi vent’anni e svolgendo i mestieri più diversi, che lui stesso definiva da “vero giramondo dei mestieri”. In quel tempo rubato al sonno trovava sempre spazio per la lettura, alternando le notti sui libri alle giornate passate a imparare il lavoro di fontanieri, fabbri e carpentieri, facendo esperienza di un mondo duro ma pieno di storie.
Affascinato dalla navigazione, fu il primo della sua famiglia a intraprendere la vita marinaresca, quasi a cercare quella libertà che da bambino aveva sentito negata. Raccontava spesso come nella sua doppia parentela non vi fossero marinai e come proprio questo lo avesse portato a “decidere nel tempo” il proprio ruolo, aprendosi a culture diverse tra un continente e l’altro e trasformando ogni incontro in materiale vivo per la poesia.
“Ultima vela”: un poema come testamento
Il titolo dell’opera “Ultima vela” di Belluomini, pubblicata postuma da Samuele Editore, è la chiave per entrare nel suo universo. L’immagine astratta dell’ultima vela diventa figura concreta dei suoi percorsi interiori: il poeta interroga se stesso, scandaglia la memoria, restituisce emozioni attraverso simboli contigui che disegnano i paesaggi fertili della sua anima.
Il libro è un vero itinerarium mentis poetico, un testamento umano e letterario che segue la sua vita avventurosa come una lunga navigazione. Nei versi lascia traccia onesta dei momenti salienti dell’esistenza, spesso da lui stesso definita “stato d’emergenza”, con parole pensate per non cadere nel vuoto ma per oltrepassare i muri dell’indifferenza, nemico contro cui ha combattuto fino all’ultimo.
Nato nel 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale, Belluomini si è sentito “derubato” dell’infanzia. Proprio quell’origine segnata dalla violenza ha temprato il suo carattere, insegnandogli presto a non avere paura di nulla. Nella sua poesia il grido contro ogni conflitto è forte: denuncia guerre, governi in bellici conflitti d’oppressione, la perdita di valore della vita nel vortice dei “folli quotidiani”.
In diversi passaggi emerge anche un pensiero più intimo: la consapevolezza della fine. La morte, evocata con pudore, appare come presagio nella metafora dell’ultima vela e nel riferimento all’ultimo poema che si affianca ai molti rimasti “sul fondale del cassetto”. È il modo con cui il poeta guarda in faccia il limite, senza rinunciare alla propria voce.
L’eredità del Premio Camaiore e dell’uomo
Belluomini è stato un uomo istintivo, leale e senza compromessi. Non amava le mezze misure, non arretrava davanti ai colpi bassi che la vita gli riservava e trovava ogni volta il coraggio di rialzarsi. Fondamentale il sostegno della moglie Rosanna, compagna di vita e presenza insostituibile, e della figlia Raffaella, spesso evocata nei suoi pensieri di padre premuroso: sapeva amare senza condizioni.
La sua scelta è sempre stata quella di schierarsi con gli ultimi, con gli indifesi. La penna rifiutava di tacere di fronte alle ingiustizie, alle “macerie del mondo d’oggigiorno devastato”. Nel Quindici dell’oltre Duemila, come scrive, vedeva mani distruttive azzerare conquiste strappate a vecchi maneggioni di potere, ed era pronto a denunciarlo con parole nette.
Agli inizi degli anni Ottanta fondò il Premio Letterario Camaiore, dedicato alla poesia, investendo energie immense nella diffusione della cultura. Nel tempo il Premio ha premiato voci autorevoli anche a livello internazionale e nei suoi versi Belluomini ricorda spesso quell’esperienza e i “severi letterati” che lo hanno sostenuto. È uno dei modi con cui ha costruito una casa comune per molti poeti.
La sua produzione, in versi e in prosa, affronta temi di grande impatto civile: l’eccidio nazista di Sant’Anna di Stazzema, la strage ferroviaria di Viareggio che lo ha profondamente scosso e che ha continuato a ricordare ogni mese, fino alla tragedia della Shoah raccontata nel romanzo storico “Nel campo dei fiori recisi”, presentato a Firenze un mese prima della sua scomparsa. Ogni pagina è un modo per dare voce a chi non può più parlare.
Con “Ultima vela” Francesco Belluomini ci consegna un’eredità morale e poetica: idee, riflessioni, principi che restituiscono un percorso di vita lucido e schietto, interrotto all’improvviso quando ancora aveva molto da dire. Quest’anno il Premio di Poesia da lui ideato, di cui è stato Presidente, festeggia il trentennale e il Comune di Camaiore lo ha intitolato alla sua memoria come “Premio Letterario Camaiore Francesco Belluomini”. Il prossimo 15 settembre sarà idealmente con noi, sulle ali di quella poesia che ha nutrito fino in fondo il suo animo.