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Diario di avventure, finestre sulla Terra. Impressioni estive di una Londra, ancora con la sua Regina. Il giorno prima.

Devo ammettere che Londra non è mai stata, nella mia lista dei viaggi da fare, in una posizione alta ma, caso vuole che venga contattato da un fotografo londinese per una proposta di alcuni scatti fotografici. L’idea inizia a brulicare dentro di me ed il destino fa la sua parte mettendo sotto i miei occhi una offerta irrinunciabile di un volo super economico da Agadir verso Londra Stansted. Il mio amore sarebbe volato verso Latinoamerica per ragioni di lavoro ed io colgo l’occasione, preparo nuovamente il mio passaporto per ricevere un altro timbro e via direzione London UK.

La sveglia non sbaglia un secondo e ci sveglia con il viso corrugato dal cuscino ed abbracciati sotto il sole languido del Marocco. Agadir ci mancherà. Dopo la colazione ed aver preparato e sistemato le ultime cose nei nostri rispettivi zaini, scendiamo nella hall per la consegna delle chiavi ed il check-out e saliamo in macchina del nostro fidato amico che ci riaccompagnerà verso l’aeroporto internazionale. Ci chiede, a noi che per lui siamo fratelli, si uno nato in Italia e l’altro in Colombia esattamente nello stesso anno (eh eh) se Agadir ed il Marocco ci sono piaciuto. La verità che sì, sono rimasto sbalordito dalla bellezza, i profumi, l’educazione, l’eleganza, la libertà, l’architettura di questa monarchia parlamentaria. Tornerò, torneremo sicuramente. Lo salutiamo. In aeroporto l’addio è devastante, le lacrime scendono a più non posso nascondendosi tra le nostre braccia che, avvinghiate in una stretta, in un abbraccio, non ci vogliono lasciar andare via. È un arrivederci, lo sappiamo e lo vogliamo ma, gli addii sono sempre così, brutali e malinconici. I singhiozzi si alternano ai baci, le nostre labbra bevono il sale delle gocce che cadono lievi attraverso le guance fino ad arrivare sugli angoli delle labbra. Un altro bacio e via. Lui sale sul suo volo ed io sul mio. Londra, sto arrivando.

Il cielo è terso, non vi è neanche l’ombra di una nuvola, il cielo è celeste e tutto risplende d’oro. Le montagne desertiche, il mare cristallino, l’oceano che mi richiama come le sirene di Ulisse. Mi addormento appoggiato al finestrino cosa che non succede praticamente, mai. Sogno. Sogno che la regina Elisabetta è morta, vedo il ricordo vivido di un telegiornale e la notizia che, “The Queen is dead”. Ricordo il sogno delle persone piangendo ed un corteo immenso, un tappeto di fiori appoggiati ovunque. Una piccola turbolenza mi risveglia, stiamo atterrando.

È principio di agosto, fa caldo ma non è afoso. Una brezza accarezza l’asfalto della pista di atterraggio, ci fanno scendere in ordine di fila e mi dirigo verso gli sportelli di migrazione. Sono uno dei primi così passo rapidamente con gli sportelli elettronici. Sosta al bagno e poi verso il treno che mi porterà in centro città. Avevo comprato il biglietto del treno in hotel la mattina stessa così da non dover parlare inglese, cosa che mi agita particolarmente visto che il mio livello è essenzialmente inesistente. Mi giustifico sempre dicendo che già parlo due lingue, italiano e spagnolo a livello bilingue così che, posso relazionarmi con la maggior parte del mondo, visto che lo spagnolo è la seconda lingua più parlata del mondo. Mi siedo nel mio vagone, il trenino taglia le campagne londinesi, è tutto nuovo per il me. Il verde dei giardinetti davanti alle casette dai tetti spioventi, le staccionate ben pitturate e basse in legno, le cassette delle poste anch’esse in legno. Il treno va abbastanza lento e questo mi permette di fare l’esperienza ed entrare in contatto con questa nuova nazione sconosciuta.

La vertigine dell’ignoto è sempre alle porte. Ti fa sentire indifeso, inerme. Così come ogniqualvolta ci avvinciamo a compiere un gesto, un atto, a conoscere qualcosa di sconosciuto, sento questa vertigine nello stomaco e mi ci fiondo. La colmo con la conoscenza e l’apprendimento, il coraggio ed un pizzico abbondante di irresponsabilità, e follia che ci sta sempre ad hoc. Ascolto le mie paure e me le faccio amiche, le tengo per mano e le affronto con decisione ed amicizia. La vertigine dell’ignoto mi attrae come una calamita. Conoscere è vita, viaggiare è parte sostanziale questo processo, altrimenti si resta persone con i paraocchi, pronte a giudicare per difenderci.

Il mio alloggio è in pieno centro, sotto il famoso quartiere Soho, al fianco di un enorme teatro dove stanno portando in scena Mamma Mia, il celebre musical. Pago la tassa mancante, prendo le chiavi e salgo in camera. Dalla mia finestra posso vedere la stessa via, grande ed amplia con i famosi taxi gialli e gli autobus e molte persone passeggiando. Ai bordi, sui lampioni vi sono bandiere del Regno Unito. Il teatro brilla la sua insegna davanti ai miei occhi, il primo lavoro non si scorda mai, l’odore del legno del palcoscenico, lo scricchiolio delle assi, i tecnici che montano le luci, la sarta rassettando gli ultimi dettagli dei nostri vestiti di scena. Il mio primo lavoro, artistico, fu in un musical, non uno qualsiasi. Tour italiano nazionale, al fianco della grandissima Loretta Goggi, in “Gypsy”. Indimenticate l’emozione di quella prima, la “merda merda merda” gridata forte ma piano dietro le quinte, il trucco imperfetto, i miei colleghi, le risate, la ribalta… viva il teatro, viva l’arte, viva gli artisti, viva chiunque abbia una passione e lavora, lotta, studia, si impegna fortemente per raggiungere un sogno, un obbiettivo, nonostante, fin dai tempi dei tempi, l’arte ricompre sempre il gradino “dell’intrattenimento” fine a sé stesso. No, non è così. Una piccola lacrima si tuffa sul parquet antico della mia stanza, è la malinconia, è il ricordo di qualcosa di abbacinante, è il pensiero che va sull’aereo del mio amore in direzione Latino America.

Il sole bussa il crepuscolo sulla finestra della mia camera. Lascio le cose, voglio esplorare già questa nuova città, conoscere e perdermi nelle sue viette. Appendo i vestiti nell’armadio bianco. L’anta scricchiola, così come il pavimento. Un lavandino antico, uno specchio intero, un letto ad una piazza e mezza con le lenzuola profumante di tintoria bianche appoggiate ai piedi dello stesso. Mi lavo il viso, cellulare carico, in mano, e giù in strada prima che la notte cambi il volto di ogni cosa, qui, a Londra! I’ m here!

a cura di Michele Terralavoro

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