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Sport

La nazione più forte del mondo alle Olimpiadi è anche una delle meno popolate. Come mai?

Una bandiera piccola che sale spesso sul podio più alto. Una nazione di poco più di cinque milioni di persone che, d’inverno, diventa gigantesca. Non è un miracolo: è un metodo. E parla di comunità, coraggio e scelte pubbliche lungimiranti.

La Norvegia ha chiuso in testa il medagliere delle ultime Olimpiadi invernali di Pechino 2022, con 37 medaglie e un record di 16 ori. Già a PyeongChang 2018 aveva dominato con 39 podi. Parliamo di un Paese meno popolato della Lombardia, eppure regolarmente tra i primi. Pro capite, nessuno fa meglio. Qui la neve non è un fondale: è un linguaggio. Ma il segreto non è solo l’inverno.

Camminando a Oslo in una sera di febbraio, capita di vedere piste da sci di fondo illuminate a due passi dalle case. Famiglie, anziani, ragazzini: tutti scorrono. Viene naturale pensare che tutto nasca dall’habitat. È vero a metà. La natura aiuta, certo. Però questo slancio diventa sistema perché c’è una regia pubblica precisa, coerente, quasi ostinata.

Prima i dati, poi l’idea. La Norvegia investe sul movimento di base e su quello d’élite come due facce della stessa medaglia. E quel confine, spesso, sparisce.

Il motore nascosto: come la Norvegia finanzia lo sport

Il cuore è un finanziamento stabile, comprensibile, visibile. I proventi della lotteria statale (Norsk Tipping) fluiscono ogni anno a club, impianti e programmi giovanili. Le municipalità cofinanziano palestre, piste, piscine. I progetti vengono valutati, graduati e sostenuti con bandi regolari: niente fuochi d’artificio, tanta manutenzione.

La dorsale è la rete dei club locali, gli idrettslag. Quote accessibili, allenatori formati, tanta volontarietà. Se non puoi comprare l’attrezzatura, la prendi in prestito: reti come BUA mettono a disposizione sci, caschi, scarponi. Le tasse qui non “tolgono”: restituiscono in impianti aperti e percorsi segnalati, spesso gratuiti.

Sull’alto livello agisce Olympiatoppen, il centro d’eccellenza che coordina preparazione, scienza dello sport, nutrizione e supporto mentale per le nazionali. Un hub che unisce dati, medici, tecnici e atleti, riduce gli sprechi e diffonde metodi a tutto il sistema. Il messaggio è semplice: l’élite non è una torre, è un faro.

Questo modello “socialista” — universale nell’accesso, severo nella qualità — abbassa le barriere d’ingresso, protegge la crescita lenta, accompagna i talenti. Non c’è mito del predestinato: c’è un sentiero battuto per tutti, dai 6 ai 26 anni.

Oltre la neve: il contagio della cultura sportiva

Quando la base è larga, l’effetto travasa. Lì dove non c’è neve, arrivano comunque i risultati. Pensiamo a Karsten Warholm, re dei 400 ostacoli. A Jakob Ingebrigtsen, mezzofondo mondiale. A Kristian Blummenfelt nel triathlon. Alla coppia Mol–Sørum nel beach volley. Alla pallamano femminile che, da anni, è ai vertici. Non è un caso: è ecosistema.

Contano i dettagli quotidiani. Orari scuola-sport conciliati. Supporti allo studio per gli atleti. Programmi anti-abbandono nell’adolescenza. Regole uguali per uomini e donne, e stipendi tecnici dignitosi anche fuori dai riflettori. Così crescono competenza e fiducia, e il talento non ha fretta.

C’è un ultimo punto, più intimo. In Norvegia esiste il “friluftsliv”, la vita all’aperto come atto civile. Prima della performance, viene il piacere del movimento. Quando quel piacere incontra un sistema che ti accompagna, il risultato sembra naturale. Ma naturale non è: è scelto.

Alla fine resta una domanda semplice, che riguarda anche noi: se mettessimo soldi certi nei club, luci accese nei parchi e un centro tecnico che fa davvero rete, quante medaglie — e quante vite attive — vedremmo spuntare dove oggi non c’è nulla? La risposta, forse, aspetta solo un primo passo sulla neve, o sull’asfalto.

Published by
Delania Margiovanni