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La città sotterranea di Derinkuyu in Turchia: un intero complesso nascosto sotto la superficie

Derinkuyu non si visita: si ascolta, si attraversa, si indovina, mentre l’aria fresca di roccia scende dai pozzi e la luce si fa sottile, come se il paesaggio della Cappadocia avesse deciso di proteggersi sotto pelle, costruendo una città che respira senza farsi vedere.

La città sotterranea di Derinkuyu in Turchia: un intero complesso nascosto sotto la superficie

La Cappadocia è un altopiano di tufo e vento. Sopra, camini delle fate e vallate ondulate. Sotto, un’altra geografia: Derinkuyu, una città sotterranea dove tutto è scolpito nel tufo vulcanico con una calma che ancora si sente nelle pareti. La narrazione moderna comincia nel Novecento, quando un abitante, ristrutturando casa, trovò dietro una parete un varco. Non c’era una cantina. C’era un quartiere. Poi un altro. Poi scale, nicchie, ambienti che parlavano di comunità e di tempo lungo.

Qui non si scendeva per un’emergenza di poche ore. Si viveva. Gli archeologi stimano una capienza fino a 20.000 persone, con stalle, cantine, aree comuni, piccole chiese affrescate, spazi destinati all’insegnamento. La funzione non era scenografica. Era pratica, quotidiana, spietatamente intelligente. Eppure il punto decisivo non sta nel numero di ambienti, né nel fascino del labirinto. Il punto arriva quando ci si chiede come fosse possibile restare tanto a lungo, tanto in fondo, e sentirsi al sicuro.

Ingegneria del respiro

La risposta è un’ingegneria bioclimatica sorprendente. Derinkuyu affida la propria vita a un sistema di ventilazione centrale: oltre cinquanta pozzi d’aria collegano i livelli interni alla superficie, creando un tiraggio naturale che rinnova l’ossigeno senza macchine e senza fumo. Questi condotti servono anche da riserva idrica: alcuni raggiungono falde e cisterne, ma non sono tutti interconnessi, per limitare il rischio di avvelenamento deliberato, un accorgimento difensivo che mostra pianificazione e conoscenza del territorio.

La temperatura costante tra 13 e 15 °C trasforma i piani inferiori in una dispensa efficiente: grano asciutto, vino al buio, olio protetto da sbalzi termici. L’attribuzione dell’impianto originario resta discussa: spesso si citano i Frigi o gli Ittiti per le prime fasi, mentre molte finiture e ampliamenti sono di età bizantina, quando le comunità cristiane usarono la rete ipogea anche come rifugio. Su date e maestranze non c’è consenso pieno, e questo margine di incertezza fa parte della sua onestà storica.

Difesa in pietra: le “porte a mola”

La sicurezza è passiva, silenziosa, efficace. I corridoi sono stretti, le discese spezzate, le svolte obbligate. Ogni piano poteva chiudersi con porte a mola: dischi di roccia spessi fino a mezzo metro e pesanti circa mezza tonnellata, alloggiati in scanalature laterali. Una sola persona, dall’interno, con leve di legno, li faceva rotolare in sede, bloccando il passaggio.

Il foro centrale funziona da spioncino e da feritoia: secondo l’interpretazione corrente, consentiva di scoccare frecce o versare liquidi roventi contro chi tentava di forzare l’accesso. Il risultato è un ambiente che, in caso di assedio, diventa un vantaggio tattico: il nemico non vede, non respira bene, non si orienta. Intanto, la città resiste. E lo fa per diciotto livelli, fino a circa 85 metri di profondità, con una calma che oggi definiremmo progettuale.

Questa metropoli ipogea non racconta solo paura. Racconta un’idea di comunità che costruisce resilienza prima ancora di costruire bellezza, e che comprende l’aria, la luce, l’acqua come materiali da cantiere. Quando si riemerge, il cielo sembra più grande. Viene da chiedersi che cosa, nelle nostre città visibili, respiri così bene da poter durare altrettanto a lungo, e quali piani invisibili stiamo scavando, senza accorgercene, sotto la superficie delle nostre abitudini.

Published by
Delania Margiovanni