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Diario di avventure, finestre sulla Terra. Sevilla è oro. Il sole ci si specchia. Atto secondo

Hola Sevilla! Come stai? Passeggio per le viuzze di Triana, Sevilla, colorate, calide, provinciali e tradizionali. Arabe, romaniche, cattoliche, coloniali, accoglienti come un abbraccio di una zia che ha viaggiato moltissimo ed è tornata piena di esperienze uniche e solitarie. Ho un certo languorino, non ho ancora fatto colazione e sono le 10:00, qui tutto innesca con calma, più tardi, con un tempo pausato e piacevole. Il sole già picchia la sua potenza, i suoi raggi stringono fortemente la città ed il calore si dirama tra le vie e le circa settecentomila persone che la abitano. Trovo un bar che mi spira, ho una terrazza esterna, vari tavolini bianchi sono posizionati sotto degli ombrelloni grandi, bianchi, un po’ sporcati dal tempo ed il calore. Mi siedo fuori ed aspetto. Ordino quella che successivamente comprendo essere la colazione tradizionale di Andalusia. Pane tostato, Jamon Iberico tagliato a mano, olio extravergine d’oliva, pomodoro triturato, una spremuta di arancia ed un caffè all’americana come piace a me. Passa veloce un ragazzo in bicicletta, una donna con il suo cane bianco, un agente immobiliare alza la saracinesca del suo negozio di fronte al bar in cui sono. Due ragazzini in divisa si dirigono rapidi verso la scuola, immagino, una coppia mano nella mano con l’latra mano occupata da una busta della spesa di ritorno a casa. Tutte le vite passano davanti a me mentre termino la mia colazione andalusa.

La nostra non è l’unica vita che esiste su questo mondo. Dovremmo camminare su questa terra con un pochino più di rispetto ed empatia, cercando di non calpestare i fiori e le aiuole che tappezzano questa società. Dovremmo imparare a dire di più “grazie” e “per favore”. Essere riconoscenti, metterci nei panni dell’altro, dell’altra persona che abbiamo davanti e intorno. Siamo tutti dentro la stessa casa, cerchiamo di non sporcare troppo i muri, di non chiudere le finestre che danno al mare e sulla foresta, sulle colline piene d’oro e papaveri, sulle distese di girasole. Siamo mille vite. Siamo una vita. Rispettiamo e rispettiamoci. Pago e mi avvio nel mio percorso di conoscenza.

Penso che a Siviglia, io, ci vivrei senza nessun problema. È una provincia assolutamente vivibile, tutto è a portata di mano, in bicicletta vedo persone di ogni età fare qualsiasi cosa. Passeggio per il Paseo de la O, dove delle villette a schiera si affacciano sul fiume Guadalquivir insieme al sole ed il ponte di Triana, il ponte di Maria Luisa. Entro nel Mercado de Triana pieno di profumi e tradizione. Vi passeggio dentro. Uscendo il sole è più inteso ma fortunatamente io amo il calore. Raggiungo la vetta della Torre dell’Oro che, effettivamente, sembra essere ricoperta di esso. Dentro un piccolo museo dedicato alla scoperta delle Americhe fatta da Cristoforo Colombo. Di quest’ultimo trovo anche la tomba dentro la Cattedrale di Siviglia. È enorme, le sue colonne si innalzano per metri e metri verso il soffitto che sorreggono con orgoglio ed un po’ di ipocrisia. Un mondo nuovo, che bello sarebbe scoprire un mondo nuovo, allo svegliarsi da una notte stellata. Un mondo sincero, dove, giacché la verità, come diceva Pirandello, in “Così è se vi pare”, non esiste perlomeno si cammini con un poco di umiltà e decenza. Passeggio sulle terrazze della Cattedrale, la vista è strepitosa, le casette bianche, con le loro piscine sul tetto, le bouganville fucsia, le tettoie di legno, i tavoli con gli zampironi bruciando per contrastare qualche zanzara passeggiare, ed i suoi ventilatori da tetto. Ero lì, ad osservare l’orizzonte svaporarsi per il calore quando, un giovane ragazzo dai capelli rossicci, si stava calando dalla finestra della stanza da letto, di una casa signorile con le pareti gialle ocra con delle decorazioni bianche. Lo vidi sedersi sul cornicione un attimo, accovacciarsi in mutande. Da dentro la finestra intravidi un signore sui cinquanta anni, con un pantalone blu da vestito elegante ed una camicia bianca aperta sul petto. Guardò un secondo dalla finestra, forse per assicurarsi che, il suo amante non fosse morto schiantato in strada. Una volta assicuratosi di ciò la chiuse, così come chiuse rapidamente la sua camicia che sistemò per bene dentro i pantaloni prima di chiudere la zip, la cintura ben stretta. Si voltò. Potei scorgere la sagoma di una donna ben pettinata e ben vestita. Lui aprì le braccia e la abbracciò. Le diede un bacio e tirò fuori dalla tasca un bombone. Chissà se, gliel’aveva regalo quel giovanotto dai capelli rossi che nel frattempo stava ancora accovacciato ben buono sul parapetto della facciata. Restai lì a sbirciare ancora per qualche istante. L’uomo che chiamerò Giuda, prima di uscire mano nella mano con la sua donna, ebbe il buon cuore di aprire le finestre così da permettere al ragazzo di risalire, vestirsi e andranese via, meglio se dalla porta di servizio. Aspettò 5 minuti prima di risalire ed entrare nuovamente in quella cosa. Mi venne in mente Gabriele, l’arcangelo Gabriele che donò una vita nuova e desiderata alla Vergine Maria. Vidi il suo volto triste, colmarsi di lacrime. Tirò fuori il suo cellulare, dopo essersi rivestito e iniziò a scrivere, immagino, e/o mi auguro, questo:

“Sette erano i piani che mi dividevano da te. Una volta ogni sette giorni, ero qui per te, per darti piacere, amore. Ma adesso mi rendo conto che mi stavi solo usando. La rabbia mi fissa negli occhi, urla nelle mie stanze vuote e bianche, urla dentro, e fuori, non si sente. Ero solamente il tuo passatempo, la tua mela. Lento mi mordevi. Quando raggiungevi il torsolo mi lasciavi li, vuoto accanto a te, senza coperte, fasciato dal raggio di luna che filtrava dai finestroni in mansarda. Raramente vedevo le stelle in quelle notti insogni al tuo fianco, per colpa delle lacrime che scendevano sulla mia barba. In quelle notti d’estate quando anche le stelle mi lasciavano solo per vergogna, nudo, raggiungevo la libreria, sceglievo un libro e, lì, in terra, su quel parquet con la luna d’abatjour, leggevo. Mi svegliavi alle tre di notte perché alle sette tornava lei, tua moglie, dal lavoro. Scordami, dimenticami, non sarò mai più il tuo arcangelo. Questa rabbia che ho verso di me passerà e con essa il tuo unitele e maleodorante ricordo”.

Il ragazzo scomparve nella casa. Chissà che cosa gli avrà scritto. Inizio a scendere le scale a chiocciola che mi riporteranno nella navata centrale della cattedrale prima di entrare nella torre, la Giralda. Mentre scendo rifletto. L’amore è condivisione, felicità, allegria, positivo compromesso. L’amore è proteggersi e protezione. È un focolare calido e sincero. Un abbraccio implosivo di affetto e rispetto. Non è mai rabbia, lotta o negatività. Neanche impulsività. L’amore è soluzione. È l’insieme sincronico della proiezione verso un “per sempre” insieme ed il presente amorevole di un bacio notturno. Salgo la Giralda a piedi, lungo più di trenta rampe. Qui non ci sono scale, qui vi salivano i cavalli. Dall’alto sento odore di crocchette e nuovamente si riaccende la fame.

Sevilla, continua.

a cura di Michele Terralavoro

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Redazione StreetNews.it
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