martedì, Aprile 23, 2024
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Diario di avventure, finestre sulla Terra. Lisbona, nostalgico amor mio. Secondo atto.

Restai lì ad osservare il panorama. La città si estendeva dentro di sé, un’implosione di finestre, terrazze, terrazzini, oblò, finestroni aperti e chiusi, balconi fioriti, panni stesi, sdraio e sedie di legno che, accoglievano la brezza oceanica, un paio di bandiere portoghesi sventolavano piano cullate dalla frescura del fiume, ed il fiume in lontananza macchiava l’orizzonte. Iniziai a scendere attraverso i vicoli stretti del centro storico, tra le piante arrampicanti, le bouganville fucsia e rossicce, i gerani appesi ai cornicioni, quelli bianchi, rossi, viola, e le fragole che venivano vendute da alcuni uomini con i loro carretti in legno a bordo strada. Acquistai un gelato alla fragola e stracciatella e con esso, assaporandolo, discendevo verso la piazza principale a forma di abbraccio. Ogni passo mi avvicinava al vociare allegro dei turisti, ed i bambini dietro i piccioni bianchi che svolazzavano di qua e di là. Passo dopo passo, godendomi ogni mattoncino arenoso adagiato su queste pareti forti, erose dal tempo, discendevo con calma. La felicità ed i suoi perché. La vita senza un contrario. L’esistenza che si dispiega tra le pieghe impercettibili dei particolari nascosti negli angoli, dei sorrisi e le lacrime, dei bar, di quella carta che vola leggiadra trascinata dall’arietta muta. La serenità ed il suo essere. Mi ricorda mia madre, la carota rubata a mia cugina, ed il suo “tataratà”, mi ricorda l’arrosto di mia nonna, le estati al campeggio con i nonni materni, i salti in piscina con i miei fratelli e cugine. Mi ricorda una felicità coraggiosa, stoica e spensierata, la posso rivivere, è, per sempre. I ricordi immortali della contentezza.

Finisco il mio gelato raggiungendo la via principale piena di negozi e boutique, che si dirige verso il lungofiume e la Placa do Comércio gremita di turisti e autoctoni bevendo una birra o un paio di gassose seduti sui gradini, colpiti dalle onde flebili del Tago. Chiacchierano, si raccontano. La piazza è grandissima, ha la forma di due braccia aperte verso l’acqua, sacra acqua che, giorno dopo giorno si fa sempre più scarsa ed esigua. Una bambina rincorre una paloma. Da lontano si avvicina, capelli d’oro ed occhi verdi. Una camicetta viola ed un pantaloncino bianco. Si faceva sempre più avanti, rapida, correndo. Dietro di lei il papà che la inseguiva, e lei, che inseguiva il piccione grigio chiaro. La bimba correva e rideva, rideva di gusto. Alcune persone la superavano, ma lei aveva il suo obbiettivo e non le importava della gente. Arrivò quasi ad afferrarla. Arrivò ad un soffio dal suo sogno. Volò via in un istante, la “paloma”, come volano via, a volte, i sogni, gli anni. La bimba mi guardò, mi ero fermato ad osservare la scena divertito, poi osservò la sua paloma che volava via. Guardò gli occhi del papà che nel frattempo era arrivato ad un passo dalla piccola. D’un tratto ecco posarsi un secondo piccione, bianco. Alla bimba bastò uno sguardo per ripartire verso la sua nuova meta. La levità della vita.

D’improvviso mi raggiunse, inteso, il petricore, quel tipico odore della pioggia quando irrompe nell’afa e nel calore. Giunse, pochi istanti dopo, una forte pioggia, corsi sotto l’arco di trionfo che si trova all’inizio della piazza. Insieme a me varie persone si rifugiarono lì aspettando che passasse il nuvolone estivo. Durò poco, giusto il tempo di riempire la piazza d’umidità. Uscì nuovamente il sole che, mentre camminavo verso il molo dove si prende il traghetto per passare dall’altra parte del Tago, asciugò rapidamente il pavimento. Avevo deciso di andare a visitare l’altra sponda del fiume, mi ero informato e c’erano addirittura un paio di spiaggette dove uno poteva farsi il bagno. Era piccolo, di ferro grosso, blu, eroso dall’acqua salata che salpava quotidianamente e varie volte al giorno. Tagliava le piccole onde che lo facevano ondeggiare lievemente. Raggiungemmo l’altra parte, scesi. Mi incontrai con una piccola lingua di sabbia e l’acqua cristallina dove un paio di ragazzi si stavano facendo il bagno. Decisi di andare a vedere il mini agglomerato di casette semi abbandonate alle sue spalle. Saranno state non più di 15, era un incanto, sembrava tutto immobile ad un tempo passato. Passeggiai per qualche mezz’ora e poi tornai alla spiaggia, tolsi la maglietta, i pantaloncini e mi tuffai in acqua con lo costume da bagno azzurro. Era calda e pesante, si faceva fatica ad andare sotto, a sommergersi. Mi godetti quegli istanti di nulla allegro. Alle 19:30 ripartiva il traghetto per il ritorno nella parte centrale di Lisboa, mi sedetti perché tirava molto vento e mi misi ad osservare dall’oblo l’acqua che schizzava la spuma verso l’imbarcazione. Feci un paio di foto. Il sole aveva iniziato la sua discesa verso la notte e la Luna stava prendendo postazione.

Facevano da sipario, in lontananza, la Torre di Belen, già circondata dall’acqua, e il Monumento alle Scoperte a forma di vela, in onore agli esploratori portoghesi. In una vita precedente, probabilmente, sono stato un marinaio o un esploratore. Sento innata questa spinta verso il conoscere, nuove tradizioni, culture, usanze, senza alcun tipo di pregiudizio, che uccide la scoperta stessa, con la sensazione di sentirmi sempre a casa. Nomade. Senza fissa dimora. Giramondo. Senza pace. Così mi hanno chiamato varie volte. Non mi hanno mai scalfito, la gente mal giudica le cose che non comprende perché l’ignoto, a tanti, spaventa. A me affascina e continuerò a salpare questa esistenza.

Lisboa, nostalgico amor mio. Até logo!

a cura di Michele Terralavoro

https://www.instagram.com/micheleterralavoro/

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