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Diario di avventure, finestre sulla Terra. Jardin. Encantada y su Cueva del Esplendor

Dormì tutta la durata del volo di rientro a Medellin, a La Ceja sognando già il prossimo viaggio, magari in montagna, nell’entroterra antiocheno. Scrosciava l’acqua, scivolando lungo tutto il veicolo. La discesa dall’aereo fu più lenta del solito, dovevamo aspettare gli ombrelli per non bagnarci fino a dentro la Terminal. Raggiungemmo casa e crollammo dal sonno.

I giorni successivi passarono tranquilli a La Ceja, tra lavoro, un pochino di palestra e qualche uscita divertente nei dintorni. Conobbi un locale dove facevano anche pizza e dove si poteva giocare con differenti giochi da tavola che ti davano loro. Così un martedì, finito di lavorare, andammo lì, ordinammo una pizza abbastanza grande, metà con il pollo e funghi, e l’altra metà con carne triturata e salsa barbacoa e due spremute di frutta. Ci portarono un gioco che consisteva in una cassetta di legno con pitturato uno scarafaggio o qualcosa del genere e quattro dadi. Ognuno doveva lanciare i dadi durante il proprio turno e contavano solamente il numero 1, il 2, ed il 3. Questi numeri ti permetteva di inserire il tuo colore dentro dei buchi presenti lungo il profilo dell’animaletto disegnato e, se fosse uscito lo stesso numero nel quattro dadi, avresti preso i soldi che, nel frattempo ogni giocatore doveva mettere se non uscivano i numeri. Fu divertentissimo. Giocammo fino a tardi, tra una porzione di pizza e l’altra. Vinsi, e nel frattempo parlavamo del prossimo viaggio. Saremmo andati in macchina in un paesino chiamato Jardin, un comune nel dipartimento di Antioquia, abitato da più o meno 14 mila persone, incastonato nelle montagne verdi colombiane.

Cinque ora circa di guida ci separavano da Jardin così, in prima mattinata del venerdì ci mettemmo in marcia. Le strade qui, o per lo meno la maggior parte sono piene di curve data la geografia del territorio di Colombia, non avevamo fretta così pian piano ci lasciammo scorrere tra le sue curve mozzafiato, fra dirupi improvvisi, alte cime a punta ed avamposti di casette per la via. In uno di quest’ultimi ci fermammo per mangiare della carne alla brace, era deliziosa e, dopo un caffè, riprendemmo il cammino verso Jardin. Fuori fluiva il paesaggio, la vegetazione rigogliosa non deturpata fortunatamente dal tocco dell’uomo. Eravamo diretti ad un appartamento che avevamo prenotato su Booking. Entrammo a Jardin già tramontando il sole. Alle nostre spalle, infatti, il cielo si tingeva di porpora e sfumava in infinite ed indecifrabili gradazioni di arancioni e celesti. Era magia. Parcheggiammo e già era notte. Prendemmo le chiavi di casa, giusto il tempo di passare per il bagno ed eravamo giù in strada ad esplorare e conoscere l’ambiente. Che festa!

Persone al galoppo passavano per strade montando sui loro cavalli di razza e senza sella, vestiti di tutto punto, camicia bianca ben stirata, blu jeans attillati, cordino al colletto e cappello da cavallerizzi. La chiesa spigolosa e grigiastra si ergeva nel centro della piazza principale, dove alcuni alberi la addobbavano a dovere. Per ogni via, casette colorate di bianco, blu, giallo, rosso, sbucano dagli angoli e sui cigli dei piccoli marciapiedi. Sono piccole, al massimo di due piani, trasmettono allegria e tanta familiarità. Ci sediamo in uno dei tavolini sparsi per la piazzetta, vari stand cucinano differenti pietanze di street food tipico colombiano. Arepa con Queso, Empanadillas, Papas Rellenas, Salchipapas, Arepas con de todo, e molti altri cibi squisiti. Ne chiediamo un paio da condividere, insieme a mezzo litro di Rum e mezzo litro di Aguardiente tappo verde, quella che sa di più di anice e una Sprite per “passare” il tutto, per digerire più che altro. La musica è alta, e risuona mischiata al rumore sordo degli zoccoli dei cavalli che forti sbattono sulla strada fatta di sampietrini e rocce. Da un lato suona musica da discoteca, dall’altro lato, più musica popolare dove alcune persone ballano in coppia, al lato destro della chiesa tutto il cibo ed una musica di sottofondo radiofonica. E le luci della chiesa la fanno brillare di bianco e giallo.

Balliamo anche noi, e beviamo, cala l’umidità e bagna tutte le cose intorno a noi, gli alberi, i cespugli verdi, i fiori piantati nelle aiuole, le luci della chiesa si spengono, la gente continua a danzare, ognuno la musica che più lo fa stare bene. Questa è un po’ la libertà, la musica non è come la religione, che vuole conquistare, avere la supremazia. L’arte d’altronde è libertà, non ha uno schema ben definito. È fuori dai musei, è dentro questa allegria, a volte sobria, altre volte ebri e in altre ancora totalmente ubriaca. È lei, e nessuno vuole comandare, per mezzo di un dio, o di soldi, maledetta economia. Contadini, fattori, camerieri, avvocati, dentisti, fannulloni, tutti ballano la musica, le canzoni che li fanno stare bene e domani, domani sorgerà nuovamente il sole, o la pioggia, le nuvole o il vento e se non sorgesse nulla perlomeno avremmo ballato fino allo sfinimento la musica che più ci soddisfa, che ci fa bene!

Erano quasi le cinque della mattina, la luna stanca di tanto danzare già quasi si stava coricando dietro i colli scuri della notte, l’alba timida incominciava a farsi strada nel firmamento e noi, camminando verso casa, con le gote rossicce di tanto danzare e per l’alcol bevuto, in una strada semi vuoto, con in sottofondo un paio di cicale mattutine, rientriamo per dormire qualche ora, il giorno dopo ci aspettava la grande bellezza della Cueva del Esplendor. Una grotta, ad un’oretta in jeep da qui. Ma niente spoiler, buon’alba, a fra poco.

a cura di Michele Terralavoro

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