martedì, Aprile 23, 2024
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Diario di avventure, finestre sulla Terra. Dover e la sua scogliera bianca, tra Londra e Parigi.

London Victoria pullula di gente, sono appena passate le 20:30 e mi dirigo alla ricerca del mio gate. Alle 22 partirà il Flixbus che ho prenotato in direzione Parigi, per poi passare a Blois, che si trova ad un paio di ore dalla capitale francese. La stazione è abbastanza grande, inizio a leggere il cartellone luminoso ma non trova la mia destinazione, dall’altra parte dei tornelli vedo solo treni fermi sui loro binari. Cerco meglio su Google Maps e scopro che la stazione ha un’altra piccola succursale, giusto attraversando la strada, da dove partono esclusivamente bus per rotte nazionali ed internazionali. Mi siedo, aspetto, poggio lo zaino vicino a me, fisso il cartellone, il via vai dei passeggeri, i loro trolley, le ruote che rumoreggiano sul pavimento liscio e biancastro della stazione Victoria. I borsoni trascinati per il troppo peso. Mi alzo, mi avvicino ad un bar dove compro degli MMS al gusto di burro di arachidi, una bottiglietta di acqua, una camomilla e dei biscotti. Preparazione per il viaggio. Si accingono le 22:00 ed io con loro al mio bus verde. Ho prenotato il posto numero 1B, in prima fila così da osservare la strada scrollare al di sotto del veicolo. Prendo posto, Goodbye London, ci vedremo nuovamente, da queste parti.

Il sole inizia a calare, i suoi raggi giallognoli arrivano diretti dentro il bus che si illumina d’oro. Attraversiamo un ponte, da lontano sì più scorgere la metropoli che, pian piano, inizia a cadere nella notte. Davanti a noi, il cammino, la strada da percorrere, finché ci sarà almeno una strada da camminare, io sarò lì! Scivoliamo verso sud, sacro sud! Metro dopo metro entriamo nella notte, notte che lentamente ci accoglie nelle sue braccia. Le macchine si muovono silenziose. La nostra direzione è Dover, una cittadina sulle coste sud della Gran Bretagna, porto di connessione con il continente, con l’Europa. Dover, cittadina costiera, di frontiera. S’affaccia sul mare, sullo stretto. Guarda La Manica con ammirazione, vigilando su chi vi arriva e su chi l’abbandona e su quelli che, semplicemente la tagliano. Qui vicino, il sentiero si percorreva a piedi, salendo, passando per Canterbury. 31.000 anime la vivono, Dover. Scendo, si scendo. Decido di dormire qui questa notte, prima mi assicuro che, sì, all’indomani da qui passerà nuovamente lo stesso Flixbus e così potrò procedere verso Paris. Scelgo al volo una stanza in un mini-hotel a gestione familiare giusto a due passi dal porto, luogo al quale dovrò tornare domani alla stessa ora della notte per attraversare La Manica e sbarcare in Francia per poi procedere verso Parigi.

L’hotel è delizioso, profuma a biscotti caldi e famiglia. La moquetta bordeaux ricopre quasi il 100% del pavimento della struttura. La carta da parati rosea con disegni floreali riveste tutti muri. Una signora gentile mi effettua il check-in, è amabile, mi dirigo in camera. La porta in legno massiccio, il lavandino è posto ai piedi del letto, il water ed una doccia con una tenda in plastica completano l’abitazione. Il letto è ad una piazza e mezza, c’è un piumino estivo dove crollo subito in un sonno ristoratore. Voglio svegliarmi presto ed esplorare questo avamposto che promette grandi cose.

Buongiorno Dover.

La colazione è servita al piano terra, in un salotto curato, dotato di varie poltrone foderate, delle sedie in legno con dei cuscinetti color panna circondano dei tavolini da quattro posti, su di esso dei tovagliolini in stoffa bianca appoggiati su un mantellino fino ricamato. Su di un grande tavolo imbandito vi sono sopra, uova rotte, omelette, bacon arrosto, uova sode, wurstel, pomodori, fagioli, una caraffa di caffè, del the caldo, dei muffin al cioccolato ed altre prelibatezze. Pieno e contento mi dirigo alla scoperta di questo paesino. Passeggio fra le sue viuzze fatte di mattoncini, tetti spioventi, finestrelle vestite da tendine di pizzi e merletti. Nonostante sia piena estate, regna il silenzio e l’odore a pane sfornato. Passeggio, da una finestra aperta ascolto il fruscio di una tendina in legno compensato e la voce tenue di una signora cantare una nanna. Il cantico dolce dei nonni, eterno ed indelebile. Mi avvio verso un castello, è incastonato nel verde prato fisso della collina. Soffia un vento denso, costante dal mare, piacevolmente fresco e stabile. Inizio a risalire lungo un sentiero, lungo il verde di questa campagna inglese. So che in fondo ci sarà il mare. S’apre La Manica, il soffio del vento si fa più forte, mi spettina, mi scompiglia la camicia azzurra, muove le due nuvole presenti in cielo verso le Americhe. Si apre la sua scogliera. Le rupi bianche cangianti di Dover cadono rette nel mare ceruleo de La Manica. Un peschereccio galleggia ondeggiando tra le piccole onde ed il loro spumare con la sua rete raccolta. Fluttua sulla cima del mare che lo accompagna verso il porto. Dei gabbiani planano sorvolando il promontorio. Alcune rocce sono cadute giù, dovuto all’erosione, al sale, agli anni che passano anche per questa natura che troppe volte maltrattiamo. Dovremmo essere come queste rocce cadute nel mare, fuori dalla loro montagna. Ancorate qui sul fondale sabbioso, in un mare cristallino e violento, essere come questa roccia. Il sale, invano, proverà a corrodere gli occhi, ma lo renderò cristallo su di me e lo userò per brillare alla luce del giorno, e la notte, alla Luna. Il vento soffierà forte, per spostarmi, ma lo userò per limare i miei spigoli e vecchie incavature, per far posare e riposare su di me, sogni tranquilli. Continuo a camminare, non ci sono molte persone, praticamente non c’è nessuno da queste parti. Mi fermo ed osservo l’enorme roccia bianche che si staglia contro il mare, la spuma le va incontro. Mi siedo a leggere e mangiare un po’ di frutta ed un panino che avevo comprato in un forno in paese. Si fa il pomeriggio, pian piano rientro nel centro di Dover, passo nella sua piazzetta, con i balconcini pieni di fiori rossi e bianchi. Mi avvio verso l’hotel dove, gentilmente mi avevano tenuto lo zaino. Li ringrazio, lo prendo e vado verso il porto in attesa del mio pullman.

Scannerizzano il QR e salgo. Nuovamente, fortunatamente, avevo riprenotato lo stesso posto della notte precedente così, mi sedetti e con la testa poggiata al finestrino sorrido salutando Dover. Ci fanno imbarcare nel traghetto, lasciare le cose non essenziali nel bus e saliamo tutti nei saloni del traghetto che ci guaderà verso la Francia, verso Calais, la cittadina costiera che bacia ogni giorno Dover, ricevendo le sue imbarcazioni. La piccola traversata, che dura più o meno due ore, passa rapidamente, fa molto freddo, l’aria condizionata sarà impostata a meno 16 penso, mi siedo davanti ad un the caldo e dei biscotti al burro a scrivere questi pensiere.

Fuori il mare tuona contro le pareti della nave, vi ci bussa con forza e veemenza, non si può uscire fuori perché la velocità è forte, a notte densa, e la spuma incontrollabile.

Entriamo nella stazione di Parigi Bercy. È vuota. È l’alba. È un nuovo inizio.

Buongiorno.

a cura di Michele Terralavoro

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