sabato , Agosto 13 2022

Teatro alla Deriva: si chiude l’XI edizione con Fattocchiarìe

Ieri sera lo spettacolo finale, portato in scena dall’eclettico Marco Sgamato, ha registrato un nuovo sold-out.

Con un altro tutto esaurito, nella serata di ieri, domenica 24 luglio, il pubblico ha premiato anche l’ultimo spettacolo della XI edizione del Teatro alla Deriva, rassegna unica nel suo genere, in quanto gli attori sono tenuti ad esibirsi su una zattera galleggiante, posizionata al centro di un laghetto delle Stufe di Nerone (Bacoli). Si tratta di Fattocchiarìe (Componium Teatro), pièce al debutto, scritta, diretta e interpretata da Marco Sgamato, interessante talento puteolano che si è cimentato in quattro monologhi adattati da autori vari. Il primo è tratto dall’ultima novella della III giornata del Decameron di Boccaccio (narrata nel testo originale dallo sboccato Dioneo). La devotissima Alibech si reca nel deserto per incontrare gli eremiti e capire da loro quale sia il miglior modo di servire Dio. Il romito Rustico finisce per sedurla, istruendola sul giusto modo di rimettere il diavolo in inferno. Quando poi la fanciulla deve sposare il giovane Neerbale, teme di non poter più adempiere il proprio pio dovere e soddisfare, nello stesso tempo, il suo fanciullesco appetito, ma è scherzosamente confortata e rassicurata dalle donne di Capsa. Il secondo monologo è ispirato ad una vicenda di storia locale capuana del XVII secolo, che vede protagonista la disperata Vittoria di Iorio. Per vedere ricambiato un amore quasi impossibile e conquistare il cuore del chierico don Fabio Alois, la donna non si fa scrupolo di ricorrere ai sortilegi suggeriti da una fattucchiera, coinvolgendovi anche la figlia Diana. Tutte le donne implicate nella pratica di fattucchieria alla fine sono costrette ad abiurare. La vicenda, praticamente ignota, è stata ricostruita grazie alle ricerche di archivio condotte dagli alunni della IV A del Liceo Amaldi di Santa Maria Capua Vetere, coordinati dal prof. Guglielmo De Maria. Terzo monologo: una madre scopre con sgomento che il figlio è omosessuale. Si rivolge al presidente di una fantomatica Associazione attiva nella lotta all’omosessualità, che promette di “guarire” il giovane mediante un percorso di “rieducazione” e un opportuno regime di dieta, salvo poi iniziare con lui una relazione. Ultimo monologo: una fanciulla, figurante della Vergine Maria, lotta quotidianamente con le invise cape ‘e pezza, dalle quali si sente bistrattata e incompresa. Marco Sgamato domina la scena, vestendo ruoli eterogenei con camaleontica versatilità: superbe e praticamente perfette le interpretazioni femminili, altrettanto riuscita l’interpretazione dello speziale che cerca di guarire don Fabio dalla cecità. Sa passare in modo disinvolto dall’italiano boccacciano del Trecento (scelta coraggiosa ed encomiabile) al napoletano con tutte le sue varianti, fino all’italiano standard, giocando in modo accattivante su ipercorrettismi e deformazioni del linguaggio, proverbi latini inclusi. Lo spettacolo scatena risate a tratti incontenibili, suscitate da scene grottesche, assurde e paradossali, battute e calembour: elementi questi che, al contempo, non tolgono rilievo alle tematiche di denuncia sociale. Geniale e instancabile, Sgamato si impone sulla zattera per più di un’ora, senza pause (se non minime per il cambio d’abito), catalizzando su di sé tutta l’attenzione del pubblico. Con Fattocchiarìe si conclude l’XI edizione del Teatro alla Deriva, diretta per il decimo anno consecutivo da Giovanni Meola, che quest’anno ha voluto gratificare lavori teatrali che, causa covid, in questi ultimi due anni non hanno avuto – o hanno avuto solo in minima parte – la possibilità di debuttare. Per l’intervista al direttore artistico della rassegna, da lui ideata insieme ad Ernesto Colutta, cliccare: qui.

Massimiliano Longobardo

Foto: Marina Sgamato

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