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Luigi Di Fiore ha in sé la grazia e la gentilezza del grande Artista

Luigi Di Fiore è un Essere umano che cammina sulla terra elargendo generosità a chi incontra lungo la sua strada. Questo è ciò che io ho sperimentato, durante la sua strepitosa interpretazione in “Sonata a Kreutzer” di Lev Tolstoj.

Luigi ha in sé la grazia e la gentilezza del grande Artista!

La disponibilità è un’altra sua dote.

E poi, a mio parere, l’umiltà è il suo biglietto da visita. Ovvero, la prima cosa che si nota quando lo si incontra.

Nell’era di internet tutti, volendo, possono trovare informazioni su qualcuno, perciò anche su Luigi, ma il cuore, e quello che il cuore può dare, si sperimenta negli incontri.

Luigi Di Fiore oltre a essere un professionista completo è ricco di un’umanità rara.

E non è certamente sprovvisto di fermezza e convinzione, se necessario sfodera il polso d’acciaio, ma senza perdere la grazia.

È attento, un grande ascoltatore, non fa sfoggio della sua cultura, anzi la centellina e agisce un vero e proprio scambio con chi ha di fronte.

Nel suo lavoro è minuzioso, mai maniacale, straordinariamente sensibile alla vita del personaggio, alla storia, alle circostanze e a molto altro.

Ha un immenso rispetto di sé stesso, degli altri, e di tutto quello che fa.

Luigi, se dico Gassman e Strehler che mi dici?

Due colonne fondamentali della mia preparazione artistica e umana!

Devo tutto a questi due personaggi. Vittorio Gassman è stato il mio primo contatto, da giovanissimo, avevo diciotto anni e mezzo; insieme a Giulio Base e Alessandro Gassman, che era il figlio, dopo innumerevoli provini, riuscimmo ad accedere alla scuola “La bottega teatrale”, fondata da Vittorio Gassman a Firenze, da lì è cominciato tutto.

È stata la prima persona che mi ha concesso fiducia. Ero molto giovane, davanti alla maestosità di questa figura enorme, potente. Quando l’ho incontrato aveva meno anni di quanti ne ho io adesso, era sulla cinquantina, perciò aveva quasi dieci anni meno di quanti io ne ho ora. È impressionante, perché probabilmente ancora oggi se lo incontrassi proverei la stessa emozione.

Stare accanto a Vittorio Gassman credo sia paragonabile alla sensazione di potersi trovare davanti a una locomotiva a vapore di fine ottocento, a pieno regime, dove si sente il vapore che monta dentro, ed è un’energia che non sembra umana, perché è veramente straripante, tutta compressa nell’anima di quest’uomo e, per cui, incuteva, non timore, ma un senso reverenziale bello, positivo, certamente, non imbarazzante. L’impressione era di sentirsi fortunati, per essere nel posto giusto al momento giusto, vicino a lui.

Mi ha trasmesso i primi rudimenti del mestiere; finita l’esperienza della scuola iniziò il mio  percorso da professionista in teatro, con il primo spettacolo: “I misteri di Pietroburgo”, che battezzò il meglio dei cinque anni di vita della scuola, scritto da Gerardo Guerrieri e Vittorio Gassman, un collage, in due atti, di vari romanzi di Dostoevskij: “Povera gente”, “Bobok”, “La mite” e “Memorie dal sottosuolo”, con la regia di Vittorio Gassman del primo atto, mentre  la regia del secondo atto: “Il generale”, di Gogol, era di Adolfo Celi. Un debutto amarissimo, perché purtroppo il giorno della prima, che era al teatro “Dei Rinnovati” di Siena, venne a mancare Adolfo Celi, e Vittorio che in quel momento era in tournée con “Affabulazione”, in Toscana, siccome il nostro debutto era un lunedì, venne il giorno della prima e quando Adolfo non si presentò in teatro, per farci debuttare si mise i suoi costumi, improvvisando quello che era il ruolo di Adolfo. Andammo in scena con il primo atto e una grande danza, una quadriglia bellissima russa, nel secondo atto. In seguito venne Alvaro Picardi a sostituire Adolfo Celi e quindi facemmo la tournée. È stata un’esperienza potentissima dal punto di vista umano e artistico. Fenomenale! Inimmaginabile nel suo dramma.

Subito dopo, ho avuto una fortuna indescrivibile. Il “Piccolo Teatro”, dopo tanti anni che non faceva provini, riaprì, per cercare “Don Giovanni”, attor giovane, visto che i grandi nomi del “Piccolo Teatro” erano tutti un po’ attempati, e tra circa un migliaio di candidati riuscii a spuntarla. Questa era anche la prima volta, dopo tanto tempo, in cui Strehler oltre a essere il protagonista maschile, nella pièce insieme a Giulia Lazzarini, firmava anche la regia. Debuttava al teatro d’Europa, perciò era di un’importanza straordinaria, veramente credo non si possa paragonare a nessun’altro tipo di esperienza, in questo momento. Sono stati anni magici, eravamo nella metà degli anni ottanta. Fu un’esperienza incredibile. Strehler è stato, effettivamente, l’altra colonna portante. Mi ha trasmesso l’amore, per questo mestiere e il senso profondo del fare l’attore, dell’essere attore; io sicuramente l’avevo già intuito, perché la mia partenza è sempre stata emozionale, emotiva, non ho mai coltivato l’idea dell’esibizionismo.

Per me il mestiere dell’attore significava mettere in gioco il proprio vissuto, anche se era piccolo, perché un attor giovane ha poco da mettere in gioco, se non quel breve spazio di vita che ha avuto la fortuna di vivere fino ad allora, però era già questa l’intenzione. Ecco, lui mi ha dato il senso profondo del mestiere.

Devo tutto a queste due figure, sono loro che hanno fatto di me quello che sono. Sarò eternamente grato a entrambi.

A mio parere, tu sei un Essere umano e un Artista sempre con i piedi per terra. Come fai?

È complicato, difficile. Me ne rendo conto ora.

Ormai sono all’alba dei miei sessant’anni, ho quasi quarant’anni di professione sulle spalle, e, pertanto, posso dire di aver passato vari decenni, almeno quattro, dove più o meno si costruisce la storia di un tipo di generazione, per cui ho avuto la fortuna, fino a questo momento, di passare quattro generazioni.

La tentazione alle volte c’è, molto forte, di abbandonarsi a quel clima che è imposto da un  certo genere di mercato, anche perché non è facile fare la professione dell’attore in questo Paese. È una professione che è stata svilita profondamente da un particolare pensiero produttivo, in voga dagli anni ottanta in poi, e che ha caratterizzato la nostra professione con una dose di superficialità. Tutto questo ha azzerato la capacità del talento di potersi imporre, e quindi abbiamo assistito, per tanti anni, e stiamo ancora assistendo oggi, a dei non talenti che si impongono all’attenzione generale, che durano, spesso, lo spazio di una, due stagioni e poi vengono sostituiti da altri non talenti. Questo è abbastanza amareggiante, soprattutto se ci paragoniamo a quella che è la situazione in altri Paesi europei: la Francia, la Spagna, la Germania, l’Inghilterra non ne parliamo, ma addirittura anche nei Paesi dell’Est, in Polonia, Ungheria, Serbia.

Faccio soltanto un esempio, in generale, anche se quando si generalizza, ovviamente, dei torti si fanno, però si capisce abbastanza il senso di quello che voglio dire; in tutti i Paesi d’Europa la professione dell’attore viene percepita come qualcosa di estremamente delicato da trattare, ed è un punto d’arrivo di un determinato percorso, praticamente se io vado nell’Est europeo o in Francia, in Germania, in Inghilterra, e dico di essere un attore, immediatamente, mi domanderanno: “Quale è stata la tua scuola?”, e se io non sono in grado di dire quale è stata la mia scuola di provenienza, per quel tipo di società, io, non sono un attore. Non sono riconoscibile come attore. Mi riderebbero in faccia, perché un attore è soltanto colui che ha deciso, con questa professione, di fare un certo tipo di percorso. Uno dei percorsi fondamentali, e non il solo, è indubbiamente quello accademico. L’attore è colui che fa l’Accademia di teatro, perché è soltanto nel teatro che la nostra professione si esprime profondamente, ed è un elemento molto delicato. Gli attori sono l’anello di congiunzione tra il poeta, l’autore e il pubblico che deve usufruire del messaggio dell’autore, del poeta. È un anello delicatissimo e importantissimo. L’attore comunica all’inconscio collettivo. Se l’attore è preparato riesce a trasmettere il messaggio che l’autore desidera comunicare, se l’attore non è preparato a esprimere quel tipo di sentimento, lo comunicherà in maniera superficiale e il messaggio che arriverà al pubblico sarà la superficialità di quel sentimento. Dopodiché, il pubblico riverserà nella società civile esattamente quel tipo di superficialità. Il mestiere dell’attore è estremamente importante e delicato. Purtroppo in Italia, spessissimo, viene tralasciato questo elemento, di cui invece si deve assolutamente tener conto. Gli attori sono coloro che ci rappresentano come popolo, la scelta degli attori ha una grande importanza, perché è la riconoscibilità dell’inconscio collettivo e se noi affidiamo questa riconoscibilità, del nostro inconscio collettivo, a persone che non sono attori, che non hanno avuto questo tipo di percorso, commettiamo un delitto enorme. Tale discorso si fa una gran fatica a farlo capire, a farlo passare in maniera chiara nel nostro Paese, perché, ahimè, abbiamo assistito, per trent’anni a una devastazione, dove la superficialità ha dominato.

Comincia adesso, dal basso, un fervore che può essere interessante, è partito in maniera un po’ curiosa, in sordina. Molte persone cominciano a essere stufe di alcuni prodotti televisivi, soprattutto, perché affermano di non riuscire a capire quello che dicono gli attori, e sono un po’ sorprese. Pensano: “Forse sono io che sto invecchiando e non sono più in grado di capire quello che dicono. Sicuramente, devo alzare il volume oppure devo cambiare il televisore”. Poi capiscono che non è il televisore o il volume, ma sono gli interpreti. Il pubblico comincia a sentire l’esigenza che ci sia gente in grado di veicolare il messaggio in maniera chiara, esplicita, non soltanto a livello emotivo, ma anche a livello uditivo. Questo passaggio potrebbe portarci a un ripensamento del mestiere dell’attore.

Cosa ti fa soffrire o ti da dispiacere nella tua professione? Qualcosa che ti disturba!

La fama immeritata, forse, non che mi disturbi da sembrare in qualche modo invidioso, il sentimento che provo non è di questo genere, è più di tristezza.

Mi assale la tristezza quando vedo tanti talenti, e in Italia ce ne sono, sia tra i giovani attori che tra le giovani attrici, costretti a muoversi in un sistema chiuso. Questo è fastidioso! C’è un mercato, probabilmente, abbastanza limitato in Italia, e allora quando una persona arriva a sfondare quel muro di gomma, ottenendo un po’ di popolarità, entra a far parte di una specie di famiglia e sembra che questa famiglia poi debba fare tutto.

Se guardiamo, anche, ai premi, ai David di Donatello, sono sempre le stesse identiche nomination. Ho alcuni amici che fanno i giurati ai David e mi hanno confermato una cosa che già intuivo, certamente sentirsela confermare fa un certo effetto. Riporto parole e sentimenti dei giurati, che sono stati tempestati da mail e telefonate: “Voti per me?”, “Voti per me?”, “Voti per me?”. C’è un clima, a questo livello, familistico, e non di serena e tranquilla elargizione di pensiero e giudizio. Mi dicevano con imbarazzo, almeno cinque di questi giurati, che sono stati bombardati continuamente da richieste, persino, sorprendenti.

Questo mi amareggia. E poi sempre gli stessi. Io vorrei che i David di Donatello servissero ai nuovi talenti, ma cosa se ne fa quell’attrice o quell’attore che ne ha già quattro, cinque? Non serve al mercato e non serve a loro, ormai sono strutturati. Aprite, aprite le porte ai giovani talenti, che fanno una fatica enorme a imporsi. Sembra che se la debbano sempre cantare e suonare tra di loro. Non fa bene al mercato, ma ripeto, questo lo dico senza acrimonia, ma come constatazione amara.

In te c’è il forte desiderio che le attrici e gli attori di questo Paese non vengano mai abbandonati dalla politica.

Sì! Questi anni di pandemia hanno sicuramente scoperchiato un vaso di Pandora, e cioè hanno fatto capire, agli attori e alle attrici, quanto sia inesistente la categoria attoriale, per l’apparato politico di questo Paese. Faccio un esempio pratico, quando ci siamo fermati tutti e la politica ha tentato di comprendere quale fosse e chi fosse la categoria attoriale, ha fatto una grande fatica a capirlo, non sapeva a chi indirizzare gli aiuti economici.

La politica non riusciva a individuare quale fosse il recinto entro il quale una persona poteva essere definita attore, attrice, e così diventava impossibile elargire aiuti essenziali, per dissetare una categoria rimasta senza acqua. Per cui mancavano pochi giorni alla morte.

Da qui, sono nate varie iniziative: U.N.I.T.A – Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo, un’associazione a difesa della categoria attoriale, e il R.A.A.I – Registro delle Attrici e degli Attori Italiani, che è finalmente un luogo nel quale il professionista si può riconoscere. Ora la politica ha a disposizione uno strumento, per capire chi sono le attrici e gli attori nel nostro Paese.

È una vittoria importantissima, che è frutto del lavoro di tanti attori e attrici che si sono impegnati, per organizzare tutto questo.

Ormai in molti sappiamo del tuo ritorno in UPAS, “Un posto al sole”, come ti fa sentire questa occasione?

Mi sta succedendo una cosa, indubbiamente, particolare. Io compio cinquantanove anni, tra poco, e ho lasciato “Un posto al sole” ventidue anni fa.

Questa esperienza dal punto di vista attoriale è un unicum, nessuno può dire in Italia, come attore o come attrice, di essere rientrato/a a fare lo stesso ruolo, con lo stesso personaggio, in una lunga serialità, che comunque è storia ormai della televisione italiana. Da un punto di vista sociologico, oserei dire, è un esperimento eccezionale, che sto vivendo sulla mia pelle. A livello personale, dal punto di vista psichico, è una ricucitura. Devo dire anche che “Un posto al sole”, per certi versi, viene considerata una serie minore rispetto alle serie “blasonate”, chiaramente, io su questo non sono d’accordo. È un esempio di lunga serialità che ha pochi paragoni al mondo, perciò credo che abbia un valore proprio, di per sé, intrinseco, straordinario. Due milioni di persone, tutti i giorni, si affacciano su quella finestra, e i blog che sono seguitissimi, li seguo anch’io, sono molto curiosi; è un popolo interattivo che collabora anche ai sentimenti che stanno dietro a un prodotto di quel genere.

Io vivo una ricucitura, perché quando sono uscito, non sono uscito di mia volontà; il prodotto aveva bisogno di una svolta e io nel meccanismo, di quella svolta, ci sono andato di mezzo. Era un personaggio molto amato e che io amavo profondamente, mi piaceva parecchio stare a Napoli, perciò l’ho vissuto come un piccolo dramma all’epoca, poi per carità i veri drammi sono ben altri, però ritornare dopo tanto tempo mi fa sentire bene, come attore, come persona, come Luigi Di Fiore. È una specie di macchina del tempo anche per me. Sto rientrando nella stessa dimensione dopo ventidue anni. Io prima ci giocavo, però l’unica pietra di paragone che mi viene in mente, che ci può aiutare, la letteratura può venire incontro in questo senso, ma è mastodontico l’esempio, per cui io mi scuso in anticipo: è Ulisse. Lui ha avuto lo stesso tipo di esperienza, dopo vent’anni è tornato alla sua Itaca.

La mia Itaca è Napoli, è “Un posto sole”. Lo so che è azzardato come paragone, in realtà se io devo cercare delle pietre di paragone non ce ne sono altre. Provo i sentimenti che poteva provare Ulisse, quando ha messo piede a Itaca, in maniera enormemente minore.

Sono felicissimo di essere tornato in un ambiente che mi vuole bene e che mi ha accolto a braccia aperte, con sorrisi, abbracci, pianti, anche emotivi, belli. Un grande affetto da parte di tutti: il barista, la costumista, le segretarie: Simona, Emanuela, la produttrice: Renata Anzano, i produttori Rai: Francesco Nardella. Tanto amore! Questo mi ha fatto molto piacere.

So che hai appena concluso un’esperienza, lavorativa e umana, meravigliosa. Puoi raccontare ai nostri lettori com’è andata?

Per contratto ho l’ordine di dire il meno possibile, perciò camminerò sulle uova.

Un’esperienza unica da un punto di vista professionale e da un punto di vista umano.

La regia è di, una donna eccezionale, Milena Cocozza, che ha enormi, straordinarie, capacità professionali e umane. È stata una scoperta meravigliosa! Ho avuto un compagno di viaggio, che è Stefano Fresi, di una umanità sconfinata e di una professionalità eccellente. Siamo stati quaranta giorni ad Atene, io personalmente, loro un po’ di più. Andrà in onda sulla Rai il prossimo inverno. Non posso dire nient’altro.

C’è “Riccardo III” nei tuoi progetti futuri?

Mi piacerebbe tanto! Anche un bel Macbeth. Speriamo! Sicuramente, avendo l’età che ho, il treno per Amleto è perso.

Se la serie di cui ti parlavo prima avrà il successo che merita, forse, si potrebbero aprire degli spazi concreti, per riuscire a immaginare di montare un’operazione del genere. Ne sarei felicissimo. Al teatro bisogna sempre ritornare, perché è lì che si respira l’ossigeno, vero, di questo mestiere, e dopo tanta televisione, cinema, set, ritornare alle tavole del palcoscenico sarà fondamentale e se dovesse accadere, di farlo, con Shakespeare mi piacerebbe davvero tanto. Mai dire mai!

A cura di Maria Grazia Grilli

Foto di Mirjana Panovski

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