mercoledì , Ottobre 5 2022

La tromba che suona la bellezza

Nello Salza, che tutti identificano come “La tromba del cinema italiano” o “La tromba da Oscar”, è un musicista, classico e accademico, che esprime con immensa dedizione la genialità che abita in lui.

L’8 luglio scorso, nel Chiostro di San Francesco a Sorrento, Nello Salza in un omaggio a Ennio Morricone, con la sua tromba, ha generosamente donato agli spettatori la bellezza in ogni nota, e io, personalmente, mi sono sentita trasportare in un meraviglioso mondo di pace.

I maestri pare che non trasmettano soltanto il loro sapere, ma soprattutto la loro essenza e così facendo seminano nei cuori degli ascoltatori la gioia di vivere.

Nello Salza e la sua tromba sono in perfetta armonia. Le note si diffondono, come la luce del sole, in modo divino.

E anche quando racconta o quando s’infastidisce se qualcuno gli scatta una foto mentre sta suonando: “Mi da fastidio la luce, spegnete i telefonini. State rilassati e ascoltate la musica”, il suo equilibrio è straordinario.

Ha suonato per 35 anni con Ennio Morricone, una collaborazione indelebile nella vita artistica, e non solo, di Nello Salza.

In particolare l’8 luglio ci ha estasiati con le musiche di alcune colonne sonore del Maestro Ennio Morricone, riascoltarle è stato un privilegio.

Lui che spiega, e fa sentire gli “Ostinati” al pubblico, è eccezionale. E gli aneddoti sul Maestro Morricone che lo coinvolgono sono ricordi indimenticabili, si commuove.

Mentre suona e quando racconta ho intravisto il cuore del bambino che vive tutto senza giudizio, con lo sguardo puro. I bambini, come si sa, giocano sul serio. Si muove, si ferma, sparisce un attimo dietro le quinte, mentre gli altri musicisti suonano: Vincenzo Romano al pianoforte, David Medina al basso e Gianfranco Romano alla batteria. Nello torna, prende la sua tromba e ricomincia a suonare. È sé stesso con grande amore.

Una vita con la musica in tutto il suo essere, umano, direi.

Nello Salza è musica: i pensieri che esprime, le parole che sceglie per farlo, le azioni.

A me è sembrato, dal primo momento, di parlare con un amico di vecchia data, senza fronzoli e di una disponibilità che raramente ho incontrato nella mia vita.

È così Nello, o mi sbaglio? Pensare, parlare, agire per te è musica?

Sì, sai sono cresciuto con la musica, suono da quando avevo 6 anni, è un lavoro, un divertimento, anche se a casa la musica non l’ascolto, certo se c’è qualcosa che mi piace sì, ma sono talmente immerso nella musica che ho bisogno di riposo. Mi devo resettare, anche a livello tecnico, avere sempre la musica nelle orecchie è un disastro.

Che ritmo ha la musica nella tua vita?

Certamente determina dei ritmi, specialmente con il mio strumento. Tutti i giorni devo suonare, io lo chiamo studio, adesso dico “Suonare” a te che non sei esecutore. È un allenamento continuo, non è che posso dire: “Adesso due giorni non suono”. Come diceva il mio maestro: “Se non suono due giorni me ne accorgo io e il terzo giorno ve ne accorgete anche voi”, perché è legato al fisico, alle labbra, noi suoniamo sulla parte più delicata del corpo. Uno vede la tromba e pensa: maschile, potente, ma è uno strumento molto delicato. Non è tanto il fiato, sono le labbra. Io, per esempio, quando ho suonato a Sorrento, con l’herpes, ho visto le stelle. Non è facile, poi si riesce a controllare. Non è che io abbia il ritmo autistico delle cose, però se non ho studiato i miei tre quarti d’ora, un’oretta, di scale, durante il giorno, la sera sicuramente recupero facendo il mio consueto studio, se il giorno prima ho suonato troppo, faccio mezz’ora invece di un’ora. Essendo esecutore, almeno, con il mio strumento che è molto fisico, bisogna avere dei ritmi, tipo non si può andare a cena alle 20:00 e fare il concerto alle 21:00. C’è un insieme di problemi che indubbiamente con la chitarra non si hanno e non perché sia uno strumento facile. Ci vuole una grande disciplina, che, devo dire, a me non è mai pesata. Anche quando vado in vacanza non è che dimentico la tromba per quindici giorni, altrimenti poi devo ricominciare da capo, salta il callo, tra l’altro io ho i miei ritmi per farmi la barba, se mi provoco un’irritazione, vicino alle labbra, facendomi la barba e vado a fare un concerto succede una tragedia. È tutto legato a ciò che si deve fare, infatti mi rado la sera e non la mattina.

C’è un prima e dopo l’Oscar, anche soltanto intimo, o no?

No, non c’è niente di strano.

Mi chiamò Piovani e disse: “La tua tromba pervade Hollywood, si sente il tema, da “La vita è bella”, qui a Los Angeles”. “Ti ringrazio”, risposi. Anche quando Morricone ha vinto l’Oscar, con “The Hateful Eight”, fecero il collegamento con Vespa e c’era il finale, “La lettera di Lincoln”, con la mia tromba, le persone mi telefonavano entusiaste e io rispondevo: “Sì, l’ho registrata io, che devo fare? È lì, va benissimo”.

C’è da dire che il pubblico, il più delle volte, non conosce gli esecutori e fare un programma con le musiche da film è importante, anche un po’ per dare un’identità al mio strumento che spesso, specialmente in Italia, non è conosciuto in maniera adeguata. La tromba è uno strumento che fa caos, fa o jazz, e va benissimo, oppure barocco. Si va soltanto agli estremi, all’inizio e alla fine della musica, tralasciando tutto quello che c’è in mezzo, invece la tromba ha una parte cantabile, direi umana, se tu pensi che ha un’estensione di un soprano, di una donna. Ha persino il nome femminile. Sì è lo strumento epico, guerriero come scrivono sui libri di storia della musica, evoca i segnali militari, però c’è anche la parte più melodica della tromba da apprezzare e che è difficile poi. Con la parte melodica, lo dicevamo prima,  bisogna controllare tutto, quando si suona, perché se si trascende, in un minuto si fa una cosa bella, in dieci secondi se ne fa una brutta, ma non perché potrebbe esserci l’incidente della stecca, quello sarebbe facile, se si va a sentire un concerto e non si sente una stecca, sicuramente sono delle macchine che stanno suonando, il “Legato” non lo fanno, lo “Staccato” nemmeno, suonano tutto uguale, non c’è mai il forte, non c’è mai piano e chiaramente  non si fanno le stecche, perché non ci sono escursioni fisiche, ma se si deve fare tutto quello che c’è scritto poi si è soggetti agli errori. Ovviamente in uno studio di registrazione ci si ferma e si rifà.

Comunque il pubblico neanche le sente le stecche, secondo me, il pubblico non sta a sentire gli errori, il pubblico sente l’emozione.

A me è sembrato che tu ti renda conto di suonare la tromba in modo sublime, ovviamente senza compiacertene. È così? Te ne rendi conto?

Non te lo so dire. Io sono sempre in lotta con me stesso: “Sarò troppo chiaro? Sarò troppo scuro?”. Mentre suono, a volte faccio degli sbagli perché dico: “Mi sa che lì ho esagerato” e allora comincio a pensare a un’altra cosa e vado fuori.

Certamente uno se ne rende conto di quello che fa, per carità.

Ho imparato a mie spese, soprattutto quando ero più giovane, che se si è troppo in forma si fanno cose che sono meramente tecniche, non sono musicali e allora il segreto è usare la tecnica, però sempre in funzione di.

Bernstein, mi ricordo, quando suonavo con lui, durante il corso di direzione, disse a un giovane direttore: “Bravissimo tecnicamente, però per fare Brahms lei deve superare almeno i quarant’anni, perché con il suo temperamento lei non capisce cosa sta facendo. Lei lo fa solo tecnicamente, ma non esce quello che deve uscire”.

Brahms ha composto soltanto quattro sinfonie e ne poteva comporre molte di più, perciò ha fatto un lavoro impressionante. È un condensato di tutto. Quello voleva dire Bernstein, se tu non sei maturo e sei solo tecnico, non serve a nulla Brahms. Questo bisognerebbe capire, ma alcuni fatti si comprendono dopo. Anch’io a volte riguardando le cose che ho realizzato, mi dico: “Le avessi fatte a cinquant’anni invece che a venti”, così sarei stato in grado di capire la grandezza di certi direttori e adesso avrei apprezzato ancora di più.

Che metodo usi con i tuoi allievi in Conservatorio? Se ne usi uno. A parte, credo, rispettare un programma di studio.

Per me il docente è colui che riesce a capire di cosa ha bisogno l’allievo, far fare a tutti la stessa azione non serve, la differenziazione del metodo è essenziale e soprattutto con uno strumento così, non è che tutti possono fare la prima tromba, il maestro deve trasmettere anche questo. Ognuno di noi fa una cosa meglio di un’altra, anche quello che suona male, suona male e tu non puoi suonare male, allora lui lo fa meglio di te. Tra quelli che suonano bene, a qualcuno viene meglio una cosa e a qualcun’altro ne viene bene un’altra.

Io cerco di far recepire agli allievi che devono creare un loro sistema di studio. Spesso  propongo, qualcosa: “Non fare così, prova a fare diversamente” ed ecco che mi sento rispondere: “Io non mi trovo”, e io insisto: “Sì ma quanto hai provato? Un’ora? Se non ti trovi devi provare per almeno tre mesi. Nessuno di noi si trova”. Nemmeno io mi trovavo.

Sono andato in Conservatorio e il solfeggio lo facevo a orecchio, infatti il primo anno mi hanno bocciato. Ho avuto la licenza di solfeggio il secondo anno. Ero ragazzino, avevo la facilità musicale, sì, ma poi va studiata la musica, c’è poco da fare.

Oggi parlo in continuazione dell’importanza del solfeggio. Parlo più del solfeggio che della tromba, perché è quello che mi ha instradato, mi ha insegnato tutto. È la traduzione simultanea di una lingua, sì poi c’è l’esperienza, ma lo studio accademico è fondamentale. Io da ragazzino ero veloce. Tutto andava troppo veloce e allora mettermi, con i miei dieci anni, a fare il solfeggio, non era facile, qualcuno suonava le note e io che ho l’orecchio assoluto sentivo tutto, ma non serve a nulla se poi non viene messo a posto.

Pensa che il Direttore del Conservatorio, Jacopo Napoli, che era di Sorrento, quando mi portarono da lui per avere la licenza di solfeggio, mi guardò e urtato disse: “Guagliuncè, ma tu l’anno scorso sei stato bocciato? Guarda che ti cacciamo”. Allora intervenne il mio maestro, che mi aveva accompagnato: “Maestro, lei magari gli fa un preesame perché ha fatto tutti i metodi”, e il Direttore: “Ma come è possibile? Allora ti faccio fare l’esame prima, ma se sbagli una nota te faccio passà nu uaio”.

Ho capito il metodo e dopo è diventato un gioco. Però me l’hanno dovuto imporre.

La natura è una cosa e poi suonare è un’altra!

foto a cura di Annalisa Mazzarella

articolo a cura di Maria Grazia Grilli

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