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Diario di avventure, finestre sulla Terra. Attraverso una vita, l’immortalità dei ricordi e l’amore

Nel tragitto di ritorno verso casa, su di una macchina trovata nella piazzetta principale di San Rafael, il traffico era densissimo e praticamente fermo. Una frana aveva invaso una strada e tutto il flusso di macchine era converso su una unica stessa e stretta via. Scendemmo a comperare un paio di bibite e spuntini colombiani, tra cui il mio amatissimo “ChocoRamo”. Una volta tornati sui sedili posteriori della macchina ed aver offerto un “Tinto”, un caffè al nostro conducente, un ricordo nitido fece spazio fra i pensieri.

Ricordo un giorno, pochi mesi prima, mio nonno, nonno Nino, ci stava accompagnando a Civitavecchia, da Roma, per prendere la nave in direzione Barcellona. In macchina iniziò a raccontarci memorie della sua esistenza. Era giovane, dice, più o meno diciannove o vent’anni anni quando stava entrando nel suo primo posto di lavoro in banca e sua madre era preoccupata per lui perché ancora non aveva trovato una brava ragazza con cui fidanzarsi e successivamente sposarsi. Era sempre stato un eccellente studente, suo padre, un uomo severo e giusto, lavorava presso un ministero, era finita recentemente la Seconda guerra mondiale, tutto era in gioco, tutto era ribaltato, c’era fervore, c’era voglia di stare bene, tutto preannunciava il grande boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta. Con l’aiuto di suo padre, ed ai suoi ottimi voti e dedizione, riuscì ad entrare in quel posto di lavoro in banca. Sua mamma però, nel frattempo era alla ricerca di una brava donna per suo figlio così, ci raccontò, un giorno c’era una festa e le venne in mente di chiamare la moglie di un collega del lavoro di suo marito che aveva ben quattro figlie e sapeva che la più piccola, Guendalina, aveva quasi la stessa età di suo figlio Ermanno, noi lo chiamiamo Nino. Alzò dunque la cornetta del telefono fisso che si trovava in entrata e con le dita digitò i numeri che componevano il numero di telefono dell’altra signora, scorrendo a semiluna con il dito indice sull’apparecchio. E così, detto fatto, stipulò un appuntamento formale e come si deve fra i due giovani. Ci disse che fu amore a prima vista, lui, se ne innamorò all’istante, così bella, sottile, delicata ma forte, con un gran carattere e voglia di ballare. Passarono poi le settimane e Guendalina sembrava non essere molto interessata eppure, fu un’altra coincidenza o ardire della mamma di mio nonno, ad unire i due. La mia bisnonna per Pasqua, da buona napoletana, preparava pastiere per le famiglie amiche e mandò proprio mio nonno Ermanno a portarne una alla famiglia di mia nonna Guenda e così, quel secondo incontro sancì anche l’amore di mia nonna. Il corteggiamento fu breve, le famiglie già si conoscevano perciò, il matrimonio si organizzò e realizzò in pochissimi mesi ma, i figli tanto voluti da mia nonna e mio nonno non arrivavano. Si fecero degli accertamenti e, purtroppo, non avrebbero potuto avere figli biologici. Questo mandò nello sconforto mia nonna che aveva, ed ha, un grandissimo istinto materno.  Mio nonno allora, continuò, disse che non si diede assolutamente per vinto e mise in moto tutte le conoscenze che nel frattempo aveva fatto in banca, nel ministero e tra gli amici e conoscenti si ricordò di un amico che lavorava come psicoterapeuta presso uno ospedale ed orfanotrofio. Si mise in contatto con lui e organizzarono un appuntamento. Suo papà era assolutamente contro questa scelta ma, questo non importò a mio nonno che, nel frattempo aveva trovato una casa dove andare a vivere con sua moglie, persegui con le pratiche di adozione.

Documenti, firme, accertamenti bancari, di lavoro, dell’’alloggio dove sarebbe stato il bambino o la bambina, tutto questo anche grazie all’aiuto di un cugino. Arrivò il giorno, tutto era perfetto a livello burocratico, l’orfanotrofio, gestito da suore, si trovava nella provincia di Napoli e così, dopo un viaggio di sette ore circa raggiunsero il posto. L’emozione, ci dice, era incontenibile, entrano in una stanza dove, in penombra c’era una culla e lì dentro una bambina. Gli dissero che non aveva mai camminato, aveva un anno e mezzo e non sapevano se avrebbe avuto problemi di deambulazione o meno. Questo non importò ai miei nonni che, stretti nell’abbraccio immerso del loro amore si chinarono per prendere in braccio quella che sarebbe stata loro figlia e, successivamente mia mamma. Mia nonna la tirò su, aveva dei grandissimi occhi azzurri azzurri, trasparenti e l’emozione fu incontenibile. Mia nonna iniziò a piangere e mio nonno confermò il suo amore per quella donna minuta e per la loro prima figlia. Si strinsero in un abbraccio emotivo, fatto di felicità, una contentezza indissolubile al tempo ed agli anni, una felicità che continua a baluginare nell’eternità oltre ogni ruga, ogni avventura e accadimento. Oltre il passare degli anni. Quella bambina, dal nome Aurora, fu la prima dei quattro bambini, un’altra femminuccia e due maschietti, che adottarono i miei nonni.

Quell’emozione attraversa la vita stessa, la loro vita che continua a sorprenderli e a sorprenderci, non basta un capitolo per racchiudere l’infinito amore che ho intravisto negli occhi di mio nonno mentre ci raccontava questa storia. Ricordi immortali, che oltrepasseranno il tempo stesso finche ci sarà il tempo stesso e qualcuno ad ascoltare, questi ricordi non moriranno mai, oltre, altrove, nell’eco dell’universo, attraverso le vibrazioni dell’esistenza.

a cura di Michele Terralavoro

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Redazione StreetNews.it
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