venerdì , Gennaio 22 2021

Tra luci a neon e corse contro il tempo

Il quarto film dei fratelli Safdie, “Good Time”, è, insieme, negazione e conferma appunto dello “star bene”. Luci a neon e corsa contro il tempo è il binomio che rappresenta appieno questa pellicola. Essa è “un’ossessione per il movimento e la libertà”, unica nel suo genere, anche se non inventa nulla di nuovo.

Quello che viene filmato, infatti, sembra una vivida allucinazione di un serpente che morde la propria coda nel tentativo di rimediare ad un’azione da lui stesso compiuta. L’ossatura del film è basica: dopo che una maldestra rapina in banca fa finire in cella il fratello minore, Nick (interpretato da Benny Safdie). Constantine “Connie” Nikas (ossia Robert Pattinson) intraprende una complicata odissea, che si svolge nei bassifondi della città, nel tentativo, che diviene sempre più disperato e pericoloso, di farlo uscire di prigione. Nel corso di una nottata carica di adrenalina, Connie si trova a lottare contro il tempo per salvare il fratello, ma anche se stesso, da una serie di terribili eventi, consapevole che le loro vite siano appese a un filo. Ci troviamo, così, davanti ad un film con una struttura elementare, quasi da fiaba, che propone, canonicamente, da una parte il soggetto fragile, da salvare, rappresentato dal fratello autistico Nick, l’eroe, senza paura, che tenta di completare il suo mandato (Connie) e gli aiutanti/oppositori che quest’ultimo incontra sul suo cammino ma esso si trasforma, poi, in un thriller metropolitano in cui proprio la città di New York diviene la vera anima di Good Time.

Essa non è, infatti, solamente l’ involucro della frenetica storia di questi due fratelli, ma la vera sostanza del racconto. Non è la città tra i suoi neon che contiene i personaggi, ma sono questi che entrano in scena come caricature di uomini e di donne improvvisatisi attori del loro proprio destino. Ognuno trova il suo posto, per breve tempo, in quella che non è altro che una personificazione del caos. Good Time mette in scena, in modo vivido, il concetto di entropia, mostrando una rincorsa presa da lontano il cui slancio, però, non porta da nessuna parte. Tutti i personaggi sono costantemente in caduta libera. In questo film, infatti, nonostante si cerchi strenuamente di agire, si finisce sempre per essere guidati, per diventare elementi passivi destinati a giacere nell’erranza; un essere “gettato”, dunque, incapace di affermare una propria autenticità, esasperato dal tentativo di evadere da una prigione che non è tanto fisica, quanto esistenziale.

Tutto ciò si può cogliere, soprattutto, nella figura del protagonista, Connie, il quale non è null’altro che uno spettatore inconsapevole del contesto ambientale che lo circonda; Le sue vicende non hanno una destinazione precisa, ogni sua decisione porta con sé un’ulteriore incertezza, ogni traguardo lascia subito il posto alla ricerca di una nuova meta, al miraggio di una fine e di un fine che si immagina imminente, ma che non può che essere passeggero, fugace, illusorio. Il nocciolo delle vicende narrate nel film è, dunque, proprio che non c’è una fine, che non esiste quiete, non c’è un momento in cui ci si possa sentire, finalmente, realizzati e salvati. L’unico fugace punto di arrivo è solo il ritorno ad un precario status quo. Intanto, New York rimane lì, come inafferrabile costante volta a suscitare un’eterna fascinazione sulle povere anime che finiscono per essere dannate nella sua ombra. Questo film è un incredibile processo il cui scopo ultimo è, appunto, intrattenerci, farci passare il tempo in modo che diventi “good time”.

a cura di Giulia Petillo

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