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Teatro in Fabula al Campania Teatro Festival con Il sogno di Morfeo

Scritto e diretto da Antonio Piccolo, lo spettacolo sarà rappresentato giovedì 7 luglio a Capodimonte. Intervista al regista.

Giovedì 7 luglio, alle 22.30, presso il giardino paesaggistico di Porta Miano, a Capodimonte, nell’ambito del programma del Campania Teatro Festival, sarà di scena la pièce Il sogno di Morfeo, scritta e diretta da Antonio Piccolo, con Mario Autore, Antonia Cerullo, Melissa Di Genova ed Emilio Vacca. Il giovane regista è un talento versatile (attore, drammaturgo, formatore), tra i fondatori della compagnia Teatro in Fabula, che dal 2010 produce e distribuisce spettacoli originali e innovativi, come quello appunto in esame. Di recente insieme con il quotidiano La Repubblica è uscita inoltre la sua traduzione in napoletano dell’Amleto di Shakespeare, una resa, come sostiene il classicista Renzo Tosi, «in una lingua musicale come il napoletano», che «non è un tradimento perché l’inglese di Shakespeare aveva qualità sonore che i non anglofoni sono spesso condannati a non cogliere». Sullo spettacolo prossimo alla messinscena, Antonio Piccolo si è soffermato con noi, nell’intervista di seguito riportata.

Morfeo non riesce più a ispirare sogni, ma soltanto incubi perché, come da sinossi, «l’attuale vita cognitiva degli uomini altro non permette». Come nasce l’idea de Il sogno di Morfeo? Crede inoltre che oggi non si sogni più veramente e le aspirazioni umane siano di fatto divenute mediocri e insignificanti?

L’idea nasce da un’indole personale: ho sempre fatto sogni molto intensi e fantasiosi, e in generale li ricordo abbastanza bene. Ho cominciato a studiare un po’ di tutto sull’argomento, in modo disordinato e non particolarmente metodico: romanzi, film, cartoni animati, dipinti, opere di fantasia e di manualistica. Non credo che non sogniamo più, ma sono arrivato alla conclusione che, in generale, siamo poco in ascolto dei nostri desideri più semplici e primordiali, sviati da una società che ci spinge a credere di aspirare a qualcosa di – come dice lei – mediocre e insignificante. Pure se poi analizziamo i sogni da un terapeuta, non è detto che li ascoltiamo. E questa “distrazione” fa probabilmente parte di un quadro più generale di rifiuto che ha l’uomo occidentale contemporaneo nei confronti della trascendenza (parlo di una trascendenza genuina, intima, semplice, non di qualche moda new age).

La sua pièce sembra volutamente intrecciare generi diversi e combinare personaggi di orizzonti culturali diversi. È così?

Sì, è così. I sogni riguardano ogni cultura del mondo e probabilmente ogni essere vivente. Nei sogni accade di tutto, anche cose che da svegli ci appaiono assurde. Dunque, nello spettacolo ci siamo presi la libertà di mischiare, in modo giocoso e allegro, religioni, generi teatrali e linguaggi diversi. Secondo me è una pièce molto fresca, vitale, ma a conti fatti è uno spettacolo molto tradizionale. Cosa che – non so proprio spiegarmi perché – a molta critica e intellighenzia teatrale italiana fanno orrore… Probabilmente perché, a differenza di molti spettatori, non vedono la differenza tra “tradizione” e “conservazione”.

Tra i personaggi compare Artemidoro di Daldi, scrittore greco del II sec. d.C., autore di un trattato enciclopedico sull’interpretazione dei sogni, noto per lo più agli addetti ai lavori. Come si è imbattuto in questo autore? Inoltre le è sfiorata per caso l’idea di un riferimento alla smorfia napoletana?

In tutte le letture che ho fatto, ho incontrato questo avanguardista, che per primo ha scritto dei sogni, anche se, col senno dell’oggi, è arrivato a conclusioni totalmente sbagliate. Infatti, nell’Eremo dei Sogni, per quanto intelligente ed efficiente, Artemidoro è solo l’assistente del dio Morfeo e di sua sorella Notturno. Quanto alla smorfia napoletana, no, non ci ho proprio pensato. Pur nella grande libertà e nel grande gioco, ogni riferimento che si fa ai sogni ha un fondamento scientifico. Non c’è nulla che abbia a che fare con la scaramanzia o con arti propiziatorie. Se c’è qualche sortilegio – e in un certo senso ce n’è – ha a che fare più che altro con la “psicomagia” di jodoroswkiana memoria.

Domanda d’obbligo: la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio? Tertium datur: la domanda marzulliana non ha senso ed è mal posta.

Non vedo la contrapposizione. È dimostrato che, se leggessimo l’encefalogramma di una persona nella fase REM, senza disporre di altri esami, non riusciremmo a capire se è sveglia o se sta dormendo, tanto è attivo il cervello. Dunque il sogno non aiuta la vita… Il sogno è vita, di fatto. Ed è assurdo ignorare tutte queste ore di vita tout court. Tra i tanti argomenti che mette in campo il nostro spettacolo, questo è uno dei più importanti.

Massimiliano Longobardo

Il sogno di Morfeo: una produzione Teatro In Fabula, con il sostegno del MiBAC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”, e dell’Asilo – Ex Asilo Filangieri; testo e regia Antonio Piccolo, con Mario Autore, Antonia Cerullo, Melissa Di Genova, Antonio Piccolo, Emilio Vacca; scene Luciano Di Rosa e Luca Serafino; costumi Federica Del Gaudio; musiche Mario Autore; luci Lucio Sabatino; aiuto regia Marco Di Prima; voci registrate Gianluca Bonagura, Giuseppe Cerrone, Marco Di Prima, Sara Missaglia; sarta Laura Giansante; foto di scena Tiziana Mastropasqua; grafica Riccardo Teo.

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