giovedì , Marzo 4 2021

Pezzi di una madre mancata

Un parto domestico che evolve in dramma, una ricerca disperata di un responsabile al quale addossare la colpa dell’accaduto, una coppia che si frantuma sotto i colpi del dolore. È un film profondamente umano, quello realizzato dal regista ungherese Kornél Mundruczó. Apre questa storia una prolungata sequenza di immagini che riportano sullo schermo “il miracolo della vita”. Delle immagini al contempo poetiche ma, anche, estremamente vere e viscerali quelle che ci raccontano i dolori, le gioie, le speranze ma, anche le paure, del parto. Lo spettatore viene coinvolto al tal punto da sentirsi egli stesso parte di un evento che cambierà drasticamente la vita dei futuri genitori, Martha e Sean, protagonisti del film. Infatti, la messa al mondo di un essere umano che, di solito, segna, simbolicamente e fisicamente, il principio di un nuovo inizio, in questa pellicola rappresenta il prologo del dramma che si consumerà nella vite dei due personaggi. La loro bambina, così com’è venuta al mondo, subito dopo, lo abbandona, trasformando le grandi aspettative e la spensieratezza dei suoi genitori in una sofferenza e un senso di vuoto incommensurabile. Una condizione che accomuna Martha e Sean, entrambi erranti nelle rispettive esistenze. Un baratro angoscioso, in cui tutto appare così incredibilmente ingiusto.

Un dramma che non può essere superato, e che Mundruczó, privo d’ipocrisia, raffigura come qualcosa con cui i due mancati genitori dovranno convivere per sempre. Il registra, infatti, ci narra di come questa coppia, giorno dopo giorno, si dissolva nella propria sofferenza, frantumandosi in mille pezzi. Ci mostra il dolore della perdita ma, anche, la perdita di se stessi nel dolore. Un dolore che viene affrontato da Martha come un qualcosa che non vuole condividere ma che la distrugge, secondo dopo secondo. Vuole assorbire il proprio dramma senza tener conto di nessun altro, infatti, il suo volto è freddo, apatico. Non traspare nulla dalla sua espressione, come se in fondo stesse davvero superando la cosa. Ma nulla ha sapore. Nulla ha senso. Ed è talmente sconvolta da voler eliminare tutto ciò che le può rammentare quell’enorme trauma. Tutto ciò che le ricordi di esser solo una madre mancata. Ecco, allora, che si rende conto dell’impossibilità di rimettere insieme quei pezzi che avevano un tempo contribuito a creare il suo forte legame con il compagno Sean, il quale sembra completamente alla mercé di un mondo in cui pare aver smarrito l’orientamento.

Il profondo senso di vuoto che si avventa sulla coppia, i rancori del passato, l’assoluta voglia di non far apparire il “fallimento” fanno, infatti, collassare quello che era un solido legame. Un’immagine che rimanda perfettamente quella del Tacoma Narrows Bridge, citato dallo stesso Sean, il terzo ponte più lungo del mondo, inaugurato il 1 luglio 1940 e crollato il 7 novembre dello stesso anno. Un “breve” lasso di tempo in cui il mondo lo ha visto crollare su se stesso, anche a causa di un fenomeno di risonanza. La fine a cui vanno dolorosamente incontro i protagonisti di “Pieces of a Woman”, tormentati da ciò che è avvenuto e spinti nella ricerca di un colpevole (individuato nell’ostetrica che ha assistito al parto) che, però, non sarà in grado , comunque, di cambiare nulla. Ciò che costantemente ci chiediamo, vedendo il film, è come si possa davvero sopravvivere ad un dolore così grande.

Si può davvero restare vivi? No. Questo, almeno, è quello che Martha pensa all’inizio del suo percorso, svuotata, sterile, priva di stimoli. Ma questa non è una storia di una morte, ma una storia di una rinascita. In fondo, dopo la tempesta, si sa, arriva sempre il sole. In questo senso, “Pieces of a Woman” è un racconto che inizia con una fine che, dopo aver portato alla più completa desolazione dell’Io, si conclude, invece, nella consapevolezza di sé, della complessità dell’esistenza, nei sogni e nella speranza di un domani migliore, che non rinneghi il presente, ma che da questo tragga invece forza, oltre ogni forma di disperazione. Un film che difficilmente lascia indifferenti, ma che invece ci mostra come, nella vita, nulla vada dato per scontato e che si possa imparare a convivere anche con il dolore più straziante.

a cura di Giulia Petillo

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