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La regina degli scacchi: “creatività e psicosi spesso sono compagne”

“La regina degli scacchi” è un viaggio nel mondo degli scacchi, uno dei passatempi più antichi del mondo che, grazie a questa miniserie TV, riscopriamo non essere mai stato così attuale, intrigante e magnetico da guardare. Il racconto di quest’universo, delle mosse sulla scacchiera e della tensione ludico-strategica, viene visto attraverso gli occhi e i volti degli attori, in primis, dell’anima affascinante e ossessiva della protagonista Elizabeth Harmon, interpretata magistralmente da una Anya Taylor-Joy, capace di catturare e sedurre.

Tutto inizia con una tragedia.
Una bambina, Beth, esce illesa da un incidente d’auto con sua madre la quale, invece, perde la vita. Rimasta sola, la piccola viene mandata in un orfanotrofio. Un luogo triste e terribile ma, al tempo stesso, catartico poiché, proprio qui, Beth svilupperà la sua passione per gli scacchi, grazie al custode della struttura, il sig. Shaibel. Purtroppo, però, l’orfanatrofio avvierà la nostra protagonista anche alla sua pericolosa dipendenza delle strane “pillole verdi” distribuite dai responsabili dell’istituto. Dei calmanti che hanno su Beth degli effetti allucinogeni che le creano,però, la convinzione di migliorare le sue prestazioni nel gioco. Le 64 caselle della scacchiera, i suoi pezzi, il movimento fluido delle mani inizieranno, fin da subito, ad ossessionare la protagonista che piano piano entrerà nel mondo degli scacchi. Un universo prevalentemente maschile, di giocatori che si affrontano, studiando strategie, come fossero in battaglia. In un’epoca, gli anni 50 , in cui alle donne gli scacchi sono ancora quasi preclusi, Beth si impone su tutti con il suo intuito, la sua genialità e determinazione. Ma questa non è, solo, la narrazione dell’ affermazione di una donna, del suo raggiungere il successo in un mondo dominato dagli uomini. Quel che raccontano gli episodi di questa miniserie è una storia di tormento, di inquietudine, di sopravvivenza ma, soprattutto di dedizione, di studio, di ossessione che alimentano giorno dopo giorno il successo della protagonista, pur accrescendone la solitudine.

Non si parla di Beth contro un mondo che continua a sottovalutarne le sue potenzialità ma, di una donna che deve capire se stessa e sopravvivere, nonostante sè. Elisabeth, infatti, è al tempo stesso eroina e antagonista, alleata e principale nemica di se stessa. Essa trova negli scacchi un modo per combattere l’abbandono e l’isolamento. Un gioco in cui sembra eccellere fin dalle prime partite, nello scantinato buio, dove il custode dell’orfanotrofio intuisce le grandi potenzialità. Giocare, all’inizio, per lei, è naturale, istintivo ma, col tempo, si rende conto che la scacchiera è molto più di un gioco: è l’unica vera casa che possiede. È un rifugio, l’unico modo per tenere sotto controllo i suoi sentimenti, un luogo dove tutto è prevedibile e in cui si può sentire al sicuro, come lei stessa ci dice: “fu la scacchiera a colpirmi. Esiste tutto un mondo in quelle 64 case. Mi sento sicura lì, posso controllarlo, posso dominarlo ed è prevedibile. So che se mi faccio male è solo colpa mia.” Ma la solitudine e l’isolamento continuano a caratterizzare la sua esistenza, come capita a tutte le creature geniali. Come gli altri non sono in grado di capirla, così lei non è in grado di comprenderli. E la sua impossibilità ad essere normale rappresenta il più grande prezzo da pagare. L’incomunicabilità tra lei e il resto del mondo sembra insuperabile.

L’unico momento in cui si instaura una connessione è quando gioca a scacchi ed è proprio grazie al gioco che riesce a farsi degli amici, fondamentali quando starà per toccare il fondo. Infatti, costantemente sotto pressione, Beth si perde varie volte lungo la via per la grandezza, mentre tenta di tenere stretta a sé la chiave della propria particolare capacità di vedere, prevedere e vivere gli scacchi. La sua costante lotta solitaria contro il mondo e i suoi demoni, infatti, la porteranno a cadere in profondi vortici di depressione dove troverà conforto nell’ abuso di alcolici e pillole. La protagonista farà di tutto per colmare quel grande senso di vuoto presente nella sua esistenza e per soddisfare quel legittimo ed enorme bisogno di sentirsi amata, incondizionatamente. Un amore che tenterà di ottenere, e parzialmente otterrà, dalla madre adottiva, che diviene per lei un punto di riferimento, una “migliore amica”, che la supporterà nella sua ascesa nel mondo degli scacchi. Anche lei è, però, una donna tormentata, che allevia la sofferenza per le carezze che le son mancate con molteplici bicchieri di Margarita, squallide lattine di birra e tante pillole verdi. Una madre che non riuscirà ad esser presente mei momenti più importanti della vita della figlia adottiva. Beth non riuscirà ad sentirsi meno sola nemmeno quando vediamo apparire sullo schermo i vari uomini della sua vita. I suoi approcci alla tenerezza e al sesso portano con sé, fin dall’inizio, una sensazione amara perché non sono frutto di complicità e coinvolgimento né, tanto meno, si traducono in rapporti stabili capaci di colmare in qualche modo la sua profonda solitudine interiore. In realtà, quella “complicata” scacchiera risulta, alla fine, per lei, molto più semplice di qualsiasi rapporto con un essere umano ma sarà proprio quella scacchiera a far nascere, con il tempo, i suoi unici, veri, rapporti umani.

Una mente geniale, quella di Beth, ma, anche estremamente tormentata che non le dà tregua e la porta a inseguire il proprio talento fino a raggiungere il limite ed a superarlo. La nostra protagonista è un personaggio che riesce ad esprimersi attraverso i suoi fantastici abiti e il suo sguardo magnetico, più che con le parole. Uno sguardo, fisso nel vuoto, che nasconde il genio e la rabbia, la logica e l’ossessione, la brama di conoscenza e la competitività ma, anche, una tristezza inestinguibile che solo il gioco anestetizza, facendogliela dimenticare.

a cura di Giulia Petillo

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