giovedì , Maggio 28 2020

LA LOTTA DEI SERVI PER UNA NUOVA SERVITÙ

Parasite, il film di Bong Joon-Ho, pluripremiato agli Oscar, è un racconto tra il fiabesco e il tragicomico,
una narrazione ricca di simboli e di metafore pienamente azzeccate.
È stato descritto da molti come un film sulla lotta di classe, sulle disuguaglianze, sulla schizofrenia
capitalista e sugli intoppi degli ascensori sociali.
La verità, però, è che Parasite è tutto questo ed altro ancora.
La pellicola inizia con tono leggerissimo, come una pioggerellina che però pian piano incomincia ad
aumentare fino a degenerare in un terribile temporale.
Il film, fin dalle prime battute, affonda gli artigli nella carne della satira sociale, tingendosi di un umorismo
nero, come la notte, per poi, trasformarsi di colpo in un thriller, dalle tinte horror molto marcate.
La tragedia preannunciata si palesa, lasciandoci attoniti di fronte al finale grottesco, memorabile e amaro con
cui essa si conclude.
Il racconto si svolge a Seul, città popolata, nei suoi bassifondi, da gente poverissima, mentre i ricchi si trovano
in altri quartieri, a livelli più alti, lontani dallo sporco, lontani dal fetore e, soprattutto, almeno apparentemente,
lontani dai problemi e dal dolore.
La città descritta, simboleggiando in maniera fedele il mondo capitalista, presenta un universo in cui
l’arricchimento privato ha eliminato ogni parvenza di pudore e in cui il protagonista è il nostro più tragico
antagonista: la disuguaglianza.
Parasite parla di due famiglie e dell’incontro tragicomico tra due mondi speculari e opposti.
Quello dei seminterrati umidi, maleodoranti, senza wi-fi di una famiglia truffaldina, i Kim, che cerca in tutti i
modi di sbarcare il lunario, e quello dalle perfette forme geometriche di una villa da copertina dove una
famiglia ricca, quella dei Park, tenta disperatamente di essere all’altezza della propria immagine sociale.
L’unico punto di incontro possibile tra questi due mondi è il lavoro, e così la famiglia Kim, che è tutto tranne
che dickensiana nella sua povertà, riesce ad insinuarsi come un parassita nella vita dei Park, nel loro mondo
così lontano dal loro quotidiano.
La scalata dei vinti, qui, non è rivoluzione! L’emersione è di un’ombra che, nel segreto della sua disperazione,
non ruba, non rapina, non violenta ma, lentamente continua ed insinuarsi, nascondendo la sua vera identità,
in quel meraviglioso universo senza dolore e senza puzza che aveva, fino ad allora, soltanto potuto
immaginare.
I Kim, come gli scarafaggi, vivono nel buoi dei sotterranei, negli interstizi, senza provare rancore nei confronti
del “padrone”, non progetti per trovare una via per la ribalta, come confessato dal capofamiglia al figlio: ”Il
miglior piano, nella vita, è quello di non farsi mai dei piani”.
Questi uomini sono irrimediabilmente tessuti nella tragica assenza del futuro però, solo gli scarafaggi, si pensa,
sopravvivrebbero a un disastro nucleare.
Ma, quando la tensione tra i due mondi diventa troppo forte, quando la farsa crolla, permettendo di
riconoscere l’insanabile distanza creata dalla disuguaglianza sociale, allora scoppia il nubifragio.
Acquazzone che, però, è più simile ad un temporale estivo. Spazzate via le nuvole, ogni cosa ritorna al proprio
posto. I ricchi rientrano nelle loro belle case, i giovani scarafaggi ai loro sogni senza piani, ai loro sorrisi senza
progetto.
Le scale sono il vero protagonista di Parasite, su di esse gli scarafaggi si ammassano e si arrampicano a fatica,
inciampano sulle zampe di altri scarafaggi.
E questo è, in realtà, il fulcro della storia, che ne segna il passaggio dalla satira al thriller ad alta tensione.
In un continuo scambio di ruoli, la famiglia Kim si troverà a contatto con un’altra coppia di parassiti, con cui
vi sarà un ininterrotto avvicendarsi nel ruolo di vittima o di carnefice, a seconda della posizione che occupino,
ora di forza, ora di debolezza.
Questo film è una delle più convincenti rappresentazioni dell’eterna guerra tra poveri e l’espressione chiara
del principio “homo homini lupus”.
In una storia di lotta di classe e di coabitazione tra ricchi e poveri, il regista Bong Joon-ho punta il dito sulla
brutalità di un mondo che sembra aver perso i suoi riferimenti politici e morali e che rischia, con la schiavitù
del consumismo, di farci ripiombare in uno stato brado, da cui è difficile uscire indenni.
Parasite è un film senza soluzioni. Una parodia agghiacciante dell’ossessione per la mobilità sociale propria
del mondo capitalista, in cui emerge la lotta tra i poveri e i poverissimi entrambi impegnati nel salire la scala
sociale non per migliorare il proprio status ma, solo per avere la possibilità di servire i più ricchi.
Questi, invece, sempre più asserviti ai poveri, dai quali dipendono totalmente, finiscono per diventare essi
stessi servi dei servi,come spiegato da Hegel nella sua “Fenomenologia dello Spirito”.

Giulia Petillo

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