sabato , Febbraio 27 2021

INTERVISTA A MICHELE ROSIELLO

Michele Rosiello nel cast della fortunata serie tv targata Rai “Mina Settembre”. Una carriera, quella di Michele, che comincia con Ettore Scola. Con le sue parole ci immerge nella sua semplicità, nel suo mondo, nel suo lavoro, nelle sue passioni, nei suoi sogni, nel suo essere semplicemente Napoletano.

Sei nel cast della fortunata serie tv “Mina Settembre”; perché secondo te gli italiani scelgono “Mina Settembre”? Pensi che Napoli c’entri qualcosa?
Sinceramente mi aspettavo che “Mina Settembre” incontrasse il favore del pubblico, ma il successo è andato ben oltre le aspettative. I fattori che hanno determinato tale successo sono vari: innanzitutto le storie di De Giovanni, che ormai sono una garanzia; un cast ben amalgamato tra volti noti e giovani attori; e poi Napoli che ci ha messo certamente del suo. La Napoli che viene raccontata è una Napoli diversa da come negli ultimi anni spesso è stata dipinta. In “Mina Settembre” vediamo la zona più viscerale della città. Buona parte della serie è ambientata nel quartiere della Sanità, dove c’è il consultorio in cui lavora Mina. Quella di Mina è una quotidianità che attraversa i vicoli in una passeggiata nei posti più conosciuti della città di Napoli. Sono proprio questi posti ad aver dato una forza, prima di tutto visiva, alla serie. Una forza visiva che racconta con toni leggeri e brillanti tematiche sociali importanti. Tutto amalgamato con una buona dose di amore che è quel sentimento che arriva più forte di tutti al pubblico a casa.

Giordano, il personaggio che interpreti in Mina Settembre, cosa nasconde dietro la sua ruvida corazza? Come hai costruito il tuo personaggio?
È vero, Giordano ha una corazza ruvida sotto la quale si nasconde un animo premuroso e gentile. Lui, in maniera naturale, tende a proteggere le persone che vuole bene e a fargli aprire gli occhi se stanno prendendo delle scelte sbagliate. Nella serie Giordano si dedica a Titti con la quale sin da subito prova un’attrazione che solo nella penultima puntata, grazie ad una chiacchierata “tra uomini” con Domenico, si rende conto che probabilmente si tratta di amore. Così riesce ad aprirsi definitivamente a Titti, anche se poi sarà lei a fare il primo passo. Con Giordano ho dovuto lavorare soprattutto sulla “corazza ruvida”, aspetto che è un po’ lontano da me. Poi, mi sono concentrato sulla sua professione, non avendo io minimamente idea di come si preparasse un cocktail. Ho seguito dei barman in un locale di amici qui a Napoli per studiarli e “rubarne” l’energia, l’approccio ai clienti, le gestualità. Una delle cose che amo del mio lavoro è l’opportunità di essere ogni volta un personaggio nuovo, con una vita nuova e un lavoro nuovo. In passato mi è capitato di seguire una squadra mobile della Polizia di Stato e capire come impugnare un’arma, stavolta invece ho seguito dei barman e ho capito come utilizzare uno shaker.

Ti abbiamo visto anche in altre serie di successo come Gomorra, L’Isola di Pietro e La Compagnia del Cigno. Tre serie diverse ma se dovessi associare un sentimento ad ognuno di questi tre progetti quale sceglieresti e perché?
“Gomorra”, “L’Isola di Pietro” e “La Compagnia del Cigno” tre serie e tre personaggi decisamente diversi tra loro, anche se tutti e tre i personaggi erano mossi, in parte, da un unico forte sentimento: l’amore. Dovendo associare un sentimento ad ognuno dei tre progetti, per “Gomorra” e Mario Cantapane direi incoscienza. Mario sa che il suo amore è pericoloso ma non per questo fa un passo indietro. È incosciente lui ma lo ero un po’ anche io, essendo per me, quella di “Gomorra”, una delle mie prime esperienze su un set così importante e complesso. Quindi si, incoscienza. Per quanto riguarda Alessandro Ferras ne “L’Isola di Pietro” direi responsabilità. Responsabilità verso l’amore della sua vita, responsabilità verso sua figlia, responsabilità anche nei confronti del suo lavoro essendo lui un commissario di polizia e punto di riferimento per l’isola. E responsabilità per me, essendo stato il mio primo progetto da protagonista. Si, responsabilità ci sta bene. Infine, per “La Compagnia del Cigno” e Daniele direi spontaneità, perché l’amore tra lui e quello che sarà il suo compagno nasce in maniera naturale, semplice, spontanea. Così come è spontaneo e semplice il personaggio e come per me è stato interpretarlo. Nel senso che, eccezion fatta per l’omosessualità, è un personaggio caratterialmente abbastanza vicino a me. E, dopo l’esperienza molto impegnativa in termini di responsabilità de “L’ Isola di Pietro”, mi è stato tutto più semplice, naturale e spontaneo. Quindi spontaneità.

Cosa significa per te essere Napoletano?
Napoletano per me significa tante cose. Napoletano significa che quando sei lontano da casa per tanto tempo, senti il bisogno di ritornarci. Significa avere il mare a portata di mano per poterci andare anche solo per respirare e far sciogliere i pensieri. Significa vedere il bicchiere sempre mezzo pieno. Significa essere aperti alla “chiacchiera” nel senso che, se sei in fila alla posta e qualcuno ti chiede un’informazione, poi si inizia a parlare del più e del meno. Napoletano significa che la domenica c’è sempre un pranzo abbondante che ti attende a casa dei genitori. Significa essere curiosi dei misteri, della storia e della bellezza di cui è intrisa Napoli. Significa essere innamorati della vita nonostante le cose che non vanno. E significa tifare Napoli, Forza Napoli sempre e comunque!

La tua carriera comincia con un regista di fama internazionale. Cosa ha significato per te debuttare in un film su Federico Fellini diretto da Ettore Scola?
Tutto mi sarei aspettato tranne che esordire al cinema diretto da Ettore Scola con un film che raccontava della sua amicizia con Federico Fellini. Tra l’altro interpretavo Agenore Incrocci, uno degli sceneggiatori che hanno fatto grande il cinema italiano. Anche se all’interno del film il mio personaggio era presente in piccola parte, è stata un’esperienza unica. Al di là delle indicazioni sul personaggio e sulle scene, il Maestro Scola a volte si perdeva in aneddoti e racconti incredibili e noi tutti eravamo lì incantati in ascolto. In più abbiamo girato nel Teatro 5 di Cinecittà che è il teatro storico di Fellini, quindi è stata un’avventura che andava ben oltre il personaggio e la recitazione. Sono onorato di esserne stato parte. In qualche modo ho assaporato un pezzetto di una straordinaria epoca cinematografica finita presso a poco quando sono nato.

Nel cassetto dei tuoi sogni ce ne sta uno che proprio non vedi l’ora di
liberare? Qual è?

Da sempre, dopo la recitazione, porto avanti una forte passione per la scrittura e la regia. E un sogno su tutti è quello di dirigere un film a Procida. Ma di questo “sogno” ne ho già parlato di recente, quindi ne pesco un altro. Beh, mi piacerebbe tanto lavorare ancora, dopo l’esperienza di Gomorra, con la mia compagna Denise Capezza. Vorrei fare un film con lei e vorrei divertirmi. Penso a qualcosa tipo “Bird on a Wire”, un film cult degli anni ’90, anche se non tra i più celebri. Interpretato da Mel Gibson e Goldie Hawn, è un action-comedy dove si divertono e si innamorano tutti: attori e spettatori. Questo si, in ambito lavorativo, sarebbe un altro piccolo sogno!

a cura di Salvatore Vincenzo Catapano

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