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Coronavirus, Garattini: ” Su anticancro prostata buona ipotesi da verificare” 

[CORONAVIRUS NEWS – Adnkronos]

Farmaci contro il cancro alla prostata possibile arma anti Covid-19? Quella che arriva dal Veneto “è senza dubbio un’ipotesi interessante che”, come tutte le tesi avanzate in farmacologica, “andrà verificata attraverso uno studio clinico controllato”. Un trial che, riguardando “medicinali già disponibili in commercio e per i quali si conoscono già dosi ed effetti collaterali”, una volta disegnato e avviato potrebbe richiedere “tempi relativamente brevi”. Silvio Garattini, fondatore e presidente dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, commenta così all’Adnkronos Salute l’idea del gruppo coordinato da Andrea Alimonti, docente all’università di Padova.  

L’ipotesi – che rimbalza su varie testate e che secondo il ‘Corriere della Sera’ sarà ufficializzata a breve sul ‘New England Journal of Medicine’ (Nejm) dalla Fondazione ricerca biomedica avanzata Onlus (Vimm) presieduta da Francesco Pagano – riguarda gli inibitori dell’enzima Tmprss2, noto da tempo agli oncologi come marcatore del tumore prostatico e finito sotto i riflettori per essere una delle proteine attraverso cui il nuovo coronavirus riesce a infettare le cellule bersaglio. L’enzima Tmprss2 è controllato dal testosterone, l’ormone maschile che può influenzare anche la crescita del cancro alla prostata e che per questo in alcuni pazienti viene contrastato con la somministrazione di anti-androgeni.  

I ricercatori padovani, in un’indagine estesa a tutto il Veneto con il supporto della Regione, sono andati quindi a vedere cosa succede ai malati di carcinoma prostatico in questa epidemia di Sars-CoV-2. “Abbiamo visto che, su 130 pazienti con tumore alla prostata colpiti da Covid-19 – spiega Pagano sul quotidiano di via Solferino – nessuno seguiva questa terapia” con anti-androgeni, “mentre fra le persone trattate con anti-androgeni nessuna è risultata positiva” al virus. Dati che “mostrano un’associazione tra due fatti”, commenta Garattini, precisando che “il rapporto causa-effetto si potrà stabilire solo con uno studio clinico controllato” sugli anti-Tmprss2 nella Covid-19.  

“Gli inibitori dell’enzima Tmprss2 sono diversi – ricorda Alimonti sempre sul ‘Corriere della Sera’ – C’è il camostat, attualmente disponibile solo in Giappone”, mentre “in Italia abbiamo la bromexina, farmaco molto comune utilizzato contro la tosse. Costa pochi euro ed è largamente disponibile”. 

Ieri anche ‘il Manifesto’ ha parlato della tesi padovana, riportando che “all’ospedale di Whenzhou, in Cina, si sta pensando a una sperimentazione-pilota sulla bromexina per i malati di Covid. Ma prima di avviare una vera sperimentazione clinica in Europa serviranno altre conferme”, perché “prima di tutto – puntualizza Alimonti – bisogna capire se l’inibitore usato per la prostata è in grado di bloccare l’enzima Tmprss2 anche nelle cellule del polmone, che sono quelle attaccate dal coronavirus. Non abbiamo ancora conferme dirette che ciò avvenga nell’uomo, perché sono necessarie ricerche complesse che richiederanno più tempo. Gli esperimenti sui topi, tuttavia, confermano questa ipotesi”. 

Che una terapia nata per curare una malattia possa rivelarsi utile per trattarne un’altra non è certo cosa nuova. “I casi sono molti”, fa notare Garattini. “Uno tipico, direi scolastico, è quello dell’aspirina: nata per il mal di testa, è stata poi sviluppata a basse dosi nella prevenzione di infarto e ictus e recentemente ci sono studi non ancora definitivi secondo cui un lungo trattamento potrebbe avere effetti anche nel tumore del colon. O ancora – esemplifica l’esperto – si è visto che certi ipoglicemizzanti” anti-diabete “sembrano, in associazione con altri farmaci, avere un ruolo contro i tumori”. In gergo tecnico si chiama “repurposing” ossia “riposizionamento”: anche un farmaco, nel corso della sua carriera, può cambiare ‘mansioni’ o svolgerne di nuove.  

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