giovedì , Aprile 15 2021

Dalla produzione e management al cantautorato: la nuova sfida del professor Giovanni Carnazza

Giovanni Carnazza nasce il giorno del suo trentesimo compleanno, il 17 dicembre 2018, quando decide di pubblicare il suo primo singolo da solista.

La sua forma, di vita, gli sembra sbagliata, come se fosse stato punito per qualcosa che ancora non ha capito di aver commesso, ma abbraccia l’idea del vivere ‘momento per momento’ come unica àncora di salvezza.

È ricercatore e professore in Economia tra Roma Tre e La Sapienza di giorno ma la sera e il fine settimana sono interamente dedicati alla musica. Non riesce davvero del tutto a immedesimarsi nella veste di cantautore, preferendo quella di produttore e manager dell’ennesima etichetta indipendente, Le Siepi Dischi.
 
Dopo aver fatto uscire vari singoli, ha deciso di far uscire il suo primo album in autunno che conterrà nuovi inediti e riarrangiamenti di canzoni già uscite con collaborazioni di molti artisti che hanno segnato il suo percorso musicale fino a questo momento.

Ciao Giovanni, cosa ti ha spinto a scrivere insieme a Lena A e a cantare “Come poche cose al mondo”?
Ciò che mi spinge a scrivere tutte le mie canzoni: una forte esigenza espressiva. Chi mi conosce sa che scrivo raramente canzoni. Mi succede naturalmente come un qualcosa che nasce dentro di me e ha bisogno di essere tirato fuori per essere finalmente compreso. Con Lena A. ci siamo trovati sotto tanti piani e in poche ore è nata a distanza questa canzone. Non è la prima che scriviamo insieme. A settembre uscì “Tra le dita” dove la mia voce accompagna la sua nei ritornelli. La nostra è una sintonizzazione profonda e il processo di composizione e arrangiamento è qualcosa di veramente molto spontaneo e genuino. Spero che questo emerga in questa canzone così come in ogni altra canzone che ho scritto.

Visto che nel testo c’è una parte maschile e una femminile, non era il caso di fare un duetto con una voce femminile?
Sono un grande sostenitori dei duetti, soprattutto quando a una voce maschile si accosta una voce femminile. In questo caso, però, nonostante il brano porti una doppia firma, il testo è diventato una cosa talmente personale che è sorta in me un’esigenza di cantarla con un’unica voce, la mia. Penso che questo, da una parte, spiazzi l’ascoltatore, portandolo tuttavia a una immedesimazione che va al di là dei meri confini di genere. Alla fine, è stato anche un modo per cantare che non esiste diversità nemmeno nella diversità oggettiva di genere: siamo tutti essere umani, composti dagli stessi elementi e che torneranno a sparire nella terra così come sono apparsi. A prescindere da questi discorsi, per me cantare la parte di una donna è stato quasi liberatorio e mi ha avvicinato tantissimo alla comprensione di quelle mille sfaccettature che spesso ci perdiamo nel confronto con l’altro. Immedesimazione come forma di comprensione, dunque, e comprensione come forma di empatia e vicinanza emotiva.

La pandemia ci ha forse insegnato a ricercare il vero valore delle persone che ci sono accanto?
Sono stato ossessionato per anni dall’idea che la mia storia potesse pesare troppo alle persone che avevo accanto. Poi ho cercato di lasciare indietro questo pensiero, preoccupandomi di chi ero e di chi volevo diventare. Sarebbe state le persone a decidere se rimanere con me oppure no. Ne ho perse tante nel corso del tempo ma ne ho anche trovate di nuove. Penso che questa circolarità faccia parte del gioco della vita: accettare la fine di un qualcosa ci permette di aprirci al nuovo con minori paure. Detto questo, temo che la pandemia ci abbia allontanato ancora di più, esacerbando dinamiche isolazioniste che già erano in circolazione da anni. I social, che già ci tenevano a distanza, sono diventati il surrogato della nostra socialità, lasciandoci l’illusione che questo sia abbastanza. Ho visto persone che già avevano il terrore di uscire di casa prima della pandemia radicalizzarsi nella loro posizione: finalmente, si comportavano come il resto del mondo. L’umanità è la nostra ultima possibilità di salvezza ed essendo un ottimista di natura spero ancora che, una volta finito tutto questo, potremo finalmente riscoprire un mondo nuovo dove l’individuo, e non la sua proiezione dietro uno schermo, ritorni al centro del mondo che ci aspetta oltre la nostra porta.

Ad oggi, secondo te, nel panorama della musica italiana quanto spazio c’è ancora per gli artisti emergenti come te?
Nessuno, temo, ma è proprio questa consapevolezza a dover responsabilizzare gli artisti emergenti a fare la musica che vogliono davvero senza inseguire mode o scorciatoie. Non esistono cammini veloci. Solo una cosa ci rende diversi dagli altri: noi stessi. E penso che l’autenticità della propria musica sia un elemento essenziale in un percorso artistico. Purtroppo, vedo sempre più uscite, sempre più progetti tutti uguali a se stessi. “Dove è l’artista rispetto a quello che sta cantando?”, mi chiedo e la risposta è che spesso c’è una profonda scissione tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere. Ho smesso di interessarmi dei numeri, del traguardo. Conta solo il percorso che facciamo: la felicità non come accadimento sporadico ma come un sentiero giornaliero di gioie e dolori. Quello che poi accadrà alla fine, se una fine esiste, lo scopriremo dopo. Esiste solo il presente, quell’istante che percepiamo chiudendo gli occhi e respirando profondamente. Il resto è solo un retaggio dei tempi moderni: il passato e il futuro sono il grande inganno della nostra generazione.

Qual è il segreto di conciliare università e musica nei tuoi giorni?
Confucio diceva: “fai ciò che ami e non lavorerai nemmeno un giorno della tua vita”. La mia vita è questa. Non c’è un segreto. Vedo questo eterno scambiarsi di ruoli come inevitabile per me. Non potrei rinunciare né alla carriera accademica né al mio ruolo nel mondo della musica e finché potrò porterò avanti questi due mondi con la stessa energia. L’importante ovviamente è anche circondarsi di persone che credano in te, che facciano parte delle tue realtà, che ti sostengano e ti aiutino nei momenti difficili. L’uomo senza l’altro è perduto: non siamo isole destinate a rimanere sole. Oltre queste belle parole, c’è anche tanta fatica. Spesso mi capita nell’arco di un’ora di interpretare ruoli diversi: professore, poi label manager della mia etichetta, poi ricercatore, poi produttore e artista. Una grande confusione, dunque, a cui cerco di porre rimedio rinforzando ogni giorno chi sono, da dove vengo e dove voglio andare.

Ultimamente molti artisti stanno lanciando l’idea di concerti in streaming. Cosa ne pensi?
Penso che sia la morte della musica. La musica, così come la vita, è condivisione. Senza un pubblico col quale confrontarsi non può esistere la bellezza di un live. Sono contro questi surrogati di realtà. È chiaro che la voglia di esibirsi è tanta da parte di tutti gli artisti che fanno questo di mestiere. Fortunatamente, sono un artista che si concede poco da questo punto di vista. Amo molto di più lo stare dietro le quinte. Il salire sul palco è per me un atto di grande esposizione emotiva che devo gestire col contagocce ma, in fondo, penso che l’irripetibilità di qualcosa renda quel qualcosa davvero speciale. Prendiamoci questo tempo per ripensare il nostro stare al mondo. Questa bolla immensa che si sta creando ogni settimana con un oceano di nuove uscite prima o poi scoppierà con il ritorno a una nuova normalità, ne sono certo. In parte, si è già visto anche a Sanremo giovani, dove artisti diventati famosi del digitale faticavano a prendere le note giuste o a tenere in mano un microfono. Penso che il tempo farà scoppiare ineluttabilmente questa bolla e lì vedremo chi avrà le carte in regola per andare avanti.

Quanto la TV (mi riferisco ai talent show e ai vari programmi televisivi musicali) ha influenzato la musica italiani negli ultimi anni?
Più che aver influenzato la musica penso che la TV abbia plasmato intere generazioni, mettendo in luce l’importanza dell’apparire più che dell’essere. Un’altra delle grandi menzogne di oggi: questa idea che bisogna essere sempre perfetti, felici e sorridenti, performanti, produttivi ci sta lentamente consumando. I programmi TV che trattano la musica oggi hanno smesso di essere dei talent, trasformandosi in veri e propri show dove al centro non c’è più la musica ma lo storytelling, spesso artefatto, di un artista. Nonostante sia un grande fan di questi programmi, li interpreto ormai più in termini di intrattenimento che di arricchimento musicale. Ma questo lo vediamo solo guardando al percorso di questi interpreti dopo la loro apparizione in TV: sono un fuoco di paglia che si tende a spegnere velocemente. Le eccezioni ci sono, ovviamente, ma a mio avviso restano eccezioni che vanno a confermare la regola generale.

Con chi vorresti collaborare un domani?
Devo dire che sono contento delle persone con cui sto collaborando oggi sia sotto il profilo manageriale dell’etichetta Le Siepi Dischi che su più strettamente musicale. Come dicevo prima, non mi interrogo tanto su ciò che accadrà in futuro quanto di quello che vivo giornalmente. Detto questo, uno dei miei artisti preferiti è Diodato. Mi piacerebbe un giorno conoscerlo di persona, fare in modo che le nostre strade possano incrociarsi in qualche modo.

Cosa bolle nella pentola di Giovanni Carnazza oggi e nel futuro?
Sul fronte musicale, sto portando avanti la grande battaglia di creare una realtà discografica genuina, sana e trasparente, il che sembrerebbe scontato ma più vado avanti e conosco le altre realtà più mi rendo conto che siamo un caso abbastanza eccezionale. Questo non per esaltare Le Siepi Dischi quanto più per sottolineare che la pandemia sta accrescendo quelle che io chiamo dinamiche di pesca a strascico nei confronti di tanti artisti emergenti disposti a tirare fuori tanti soldi pur di venire considerati. Noi lavoriamo su pochissimi progetti, accuratamente selezionati e che vogliamo portare avanti il più possibile, finché ci vorranno al loro fianco. In qualità di producer tra poco uscirà il disco di Lena A. per il quale ho curato tutta la produzione artistica e nei ritagli di tempo sto lavorando al mio disco che vedrà la luce in autunno.

Alessandro Testa

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Chi è Alessandro Testa

Classe 1984, è ingegnere e allo stesso tempo critico cinematografico e appassionato di cronaca e giornalismo. Dal 2019 collabora per StreetNews.it!

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