LA DONNA CHE VISSE DIETRO UNA TENDA di Gabriella Caruso

Gabriella Caruso è nata a Catanzano; ha frequentato i suoi studi prima a Firenze e poi a Roma, dove si è laureata in Economia e Commercio. Attualmente vive a Roma, dove insegna Economia aziendale.
Sin da bambina, coltiva la passione per la poesia,  ottienendo buoni riconoscimenti nei concorsi letterari. Come molte ragazzine, si è avvicinata alla scrittura attraverso un diario, che considera l’amico fedele nei lunghi anni di collegio. La sua peculiarità è di riuscire agevolmente a spaziare tra poesia, narrativa, monologhi treatrali e scrittura umoristica-ironica.
Inoltre, organizza concorsi letterari, raduni, confronti di scrittura con altri autori.
Nel 2009 ha pubblicato la silloge poetica “Il grido dell’amore” e nel 2014 il libro dal titolo “Esilarante manuale su gente normale”.

1) Personalità policroma, oserei dire complessa, quella di Ester, protagonista del suo ultimo romanzo “La donna che visse dietro una tenda” (Edizioni Divinafollia, 2017). Ciò si intuisce dai titoli delle sue opere editoriali, citate nel suo romanzo, fra cui “Specchi e controfigure”. Forse il desiderio della scrittrice di non voler rivelare cosa risiede dietro di sé?
Premetto che questo romanzo ha qualcosa di onirico, un pò tutta la storia è nata una calda notte d’estate, tra la veglia e il sonno.
Non si tratta di non volere rilevare cosa c’è dietro di me, ma di non saperlo fare. Troppo ambizioso! Ci raccontiamo sempre tante bugie. E con gli anni ho scoperto di essere un’inquieta sempre alla ricerca di una verità che mi sfugge.

Anni fa l’attrice Catherine Deneuve alla domanda di un giornalista – Come vive una donna bellissima? rispose – Si spia allo specchio per scorgere dove comincia il guasto (…) fornendo, forse involontariamente, la chiave di volta per entrare in un dibattito sulla psicologia femminile. Benchè il riferimento fosse rivolto evidentemente all’aspetto estetico, la risposta racchiude un significato simbolico. Lo specchio, oltre a riflettere la propria immagine, assurge a ruolo di filtro?
Personalmente mi guardo molto poco allo specchio. Per me lo specchio rimane solo una sterile rappresentazione del nostro apparire e dunque relego il suo ruolo al solo aspetto estetico. Ci sono altri luoghi, altre situazioni, dove scorgo il mio guasto.

2) A questo punto, mi viene in mente una frase di George Bernard Shaw – “Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima”. Cosa pensa a riguardo?
Esattamente. Dinanzi ad alcune opere d’arte, ci si arrende. Si avverte che ci rappresentano.

3) Tornando al suo romanzo “La donna che visse dietro una tenda”, vorrebbe delineare il profilo caratteriale di Ester, donna schiva e per certi versi misteriosa?
Ester non ha un carattere. Ester è multipla.  Capace di prendere la forma vuole. È un soggetto che solo apparentemente si fa plasmare, in realtà ha sempre scelto come e dove vivere. E non è chiaro se sia lei a prendersi gioco dei suoi uomini, oppure ilcontrario. Non è chiaro se sia Ester ad ingannare gli altri per difendere se stessa o se siano gli altri a ingannarla.  Mi piacerebbe che il lettore si creasse la sua verità.

4) Una conflittualità all’interno della propria coscienza identitaria che si esprime in primis nel suo voler vivere “dietro una tenda”?
Vivere dietro una tenda, in fondo, significa non essere invasori di campo, significa entrare nella vita degli altri in trasparenza, significa vivere “nella stanza degli ospiti” ed Ester ci riesce benissimo.

5) Ester è una donna molto provata nei sentimenti, ma nonostante tutto è assetata d’amore e ciò si evince attraverso varie sfumature dai toni  chiaroscuri. Concorda con la mia impressione?
Assolutamente assetata d’amore. Una sete che diventa quasi un’ossessione. Sete di dare, più che di ricevere amore. Non le interessa neanche che i suoi uomini la comprendano.  Ester sfida l’amore, appunto sbaglia. L’amore è come il mare: non andrebbe mai sfidato.

6) La galleria di personaggi presenti nel suo romanzo, riconduce ad un’unica figura femminile. Cosa desidera aggiungere, senza togliere la curiosità al lettore di entrare nell’universo emozionale del suo romanzo?
Forse questo è un limite della storia. E’ scritta da una donna per le donne. Cosa posso aggiungere? Gli psicologi parlano di dipendenza affettiva. Ecco credo che Ester ne soffra.

7) Nell’ambito della sua attività letteraria, lei sin dall’adolescenza scrive poesie ed ha anche realizzato monologhi teatrali. Scrivere è una necessità?
Assolutamente una necessità. Siamo qui, in bilico tra gioia di vivere e affanni, arrampicati ai nostri sogni, paure, certezze. Siamo fragili come bolle di sapone e nello stesso tempo forti come roccia.
Siamo qui per imparare, per cogliere l’essenza, in cerca di luce, di verità, o di piccoli particolari.
Siamo qui per cercarci, e ci consumiamo  nell’affanno di farlo. Ciascuno lo fa come sa, come crede, com’è più utile. Non occorre coraggio; la vita è spietata e ci costringe a cercare ragioni e soluzioni. Lo scrivere è la mia soluzione.
Siamo qui per riconciliarci con le piccole cose e con il cosmo, siamo qui per sorridere e amare e alcuni, per farlo, devono affondare nel dolore e poi levigarlo.
La scrittura è il mio nido, è il mio urlo, è un attimo di raccoglimento, di preghiera, rabbia e maledetta voglia di non tacere. Indosso le ali e volo.
La scrittura, autentica fonte di salvezza, ha la capacità di sdoganarmi, e, appunto, di spingermi  fuori dalla stanza degli ospiti.

di Daniela Cecchini